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La storia di Hellelil e Hildebrand

L’omonimo quadro del pittore inglese Frederick William Burton, noto come The Meeting on the Turret Stairs e tradotto come Incontro sulle scale della torre, è ispirato ad una ballata medievale: Earl Brand. Il pittore, artista, editore e poeta Morris alla fine del XIX secolo ne parlava in una delle sue raccolte di poesie “Poems by the Way”; poesie che hanno in molti casi per oggetto storie ispirate a ballate del periodo medievale.

Burton, Morris e le Child Ballads

Il testo di Morris, cui si ispira molto probabilmente il dipinto di Burton, fa riferimento ad una ballata [1] che a sua volta fa parte di una serie di ballate tradizionali anglosassoni con alcune varianti irlandesi. Alcune di queste ballate sono state rielaborate nei secoli, specie nel XVII e XVIII per cui abbiamo varie versioni della stessa storia. Le ballate furono unite solo nel XIX secolo in un’unica opera da Francis James Child, nota come Child Ballads. La raccolta vanta oltre trecento ballate, numerate progressivamente e le cui varianti vengono indicate con le lettere dell’alfabeto (a, b, ecc.) e non si tratta affatto di racconti per l’infanzia (child in inglese significa anche bambino, figlio) avendo per oggetto tematiche piuttosto forti e adatte ad un pubblico adulto, con una minima preparazione scolastica o accademica. L’ambientazione, il tempo e l’aspetto dei personaggi sono affidati soltanto a dei flash o a pochi accenni casuali; i personaggi, compresi a volte i protagonisti, saltano letteralmente fuori dal nulla quando sono necessari, e scompaiono in modo altrettanto brusco quando hanno esaurito la loro funzione narrativa. I mutamenti di scena e di luogo avvengono all’improvviso, senza alcuna connessione o spiegazione; talvolta una scena si apre nel bel mezzo di un’altra. Il passaggio tra la narrazione ed il dialogo avviene invariabilmente ad un punto cruciale e "strategico" della storia e, per mantenersi in linea con l’andamento vivido della narrazione, il dialogo è chiaro e preciso; non c’è nessun commento, nessuna parola viene sprecata ed anche gli intercalari ("dice", "disse" ecc.) sono ridotti al minimo e quasi sempre appaiono solo per mantenere il ritmo del verso. Spesso, anzi, si è costretti a ricorrere alla logica (e quindi è necessario aver seguito bene lo svolgimento dell’azione) per capire chi è che sta parlando. Altre caratteristiche salienti delle ballate sono il linguaggio estremamente stereotipato [2], la tecnica della ripetizione progressiva e del parallelismo, l’uso frequente dell’iperbole [3] e dell’eufemismo [4]. Quanto agli argomenti, la stragrande maggioranza delle ballate anglo-scozzesi catalogate dal Child è incentrata su fatti di cronaca che si potrebbero definire da giornalismo popolare: storie di tradimenti, vendette e crimini domestici. L’incesto [5], accidentale o consapevole, è all’ordine del giorno. L’opposizione della famiglia ad una relazione amorosa è il casus belli [6] in decine di ballate, tragiche o d’altro genere. In tali contesti, il teorema freudiano si applica alla perfezione: i padri si oppongono al matrimonio delle figlie, le madri cercano di mettere i bastoni fra le ruote ai figli oppure, se non ce la fanno, tormentano invariabilmente le nuore indesiderate, spesso, se sono "esperte" del settore, servendosi di artifici magici (come ad esempio in Willie’s Lady).
La storia di Hellelil e Hildebrand parla di un re che ha otto figli: sette maschi ed una femmina, Hellelil. Il protagonista è in vero la guardia del corpo della fanciulla e i due si innamorano, ma vengono scoperti. Il padre di lei ordina ai figli di uccidere l’inglese (anche se il nome Hildebrand ha origini più germaniche) che non si fa certo intimorire e ne sconfigge ben sei. L’amata però chiede di risparmiare il fratello più giovane e per non morire di disonore lui si uccide e lei morirà a seguito dal dolore della perdita dell’amato. Come tutte le ballate di questo genere, grosso modo risalenti tutte al periodo medievale, la storia riprende un fatto di cronaca, trasformato poi in fiaba o leggenda. I personaggi delle ballate, come vedremo a seguito, specie il protagonista maschile, ha nome Douglas, ma spessissimo è noto come William o con un suo diminutivo. I personaggi storici sarebbero due amanti inseguiti e poi braccati, tali un nobile noto come William e una certa Lady Margaret, nota nelle ballate sia con questo nome ma anche con altri come Anna, Annie o Elinor (dall’inglese Eleanor, da cui potrebbe essere stato creato il nome Hellelil).

I personaggi storici: il prode William e la sua bella prigioniera…

Ci siamo presi la briga di voler andare a vedere chi fossero e quando fossero vissuti. Douglas è un cognome tipico scozzese, ma è anche una regione della Scozia meridionale che tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo divenne una contea importante. Più che al nome di persona dovremmo quindi pensare che il nome della città si stato usato quasi come un soprannome del personaggio e ci siamo concentrati sul nome William e la nostra indagine ci ha portati ad inquadrare (con piccoli margini d’errore) i reali personaggi storici della vicenda. Si tratta di un nobile scozzese della Casata dei Douglas e di una nobile inglese…

Orbene, i conti di Douglas non solo sono tanti con il nome William, ma contano persino origini mitologiche che dall’ottavo secolo avanti cristo arrivano fino a Carlomagno e quando la storia di un casato comincia così, è inevitabile, nella maggior parte dei casi, che i personaggi storici finiscano in un racconto o in una ballata e trasformati in eroi leggendari. Inizialmente i Douglas non erano conti (in inglese earl, titolo anche della ballata earl Brand) ma solo signori (lords) della regione omonima, situata nel sud della Scozia.

Il primo della casata dei Douglas fu William I (fine del XII secolo) che avrebbe sposato una delle sorelle di un tale Freskin of Kerdal ed ebbe con lei ben sei figli maschi ed una femmina, Margaret che però sposò uno scozzese e quindi non può essere stata lei la nostra eroina. L’erede di William I fu Archibald che sposò una Margaret ma egli non è rientrato in alcuna vicenda di cronaca drammatica da meritare di finire in una ballata. Proseguendo nella genealogia dei signori di Douglas fino ad oltre il XIII secolo si trova un solo personaggio di nome William con vicende simili al fatto di cronaca che divenne leggenda. William 'The Hardy', cioè, l’Ardito, Signore di Douglas è del XIII secolo. Nato probabilmente dopo il 1243, era figlio di William Longleg (cioè gambalunga) e della sua seconda moglie Costanza. Della sua infanzia e gioventù sappiamo poco e le fonti non sono chiare sulla sua presunta partecipazione all’ottava crociata del 1270, molti sostengono che sia stato suo padre e non lui a parteciparvi (Chronica Gentis Scotorum). I primi movimenti di William Hardy sono di difficile ricostruzione, ma un documento lo vede attivo già nel 1256 (a soli 13 anni) in una questione riguardante una disputa delle terre dei Douglas, con i loro vicini di Angus. Nel 1274 muoiono il padre, William Longleg, il fratello maggiore, Hugh, e così il nostro William si ritrovò ad avere tutti i beni e i titoli di famiglia in una volta sola. I documenti che lo riguardano fanno un notevole salto temporale e lo ritroviamo nel 1288 già cavaliere (aveva ventisette anni); in quell'anno egli fu chiamato alle armi da Andrew de Moray perché imprigionasse il proprio zio Sir Hugh de Abernethy presso il castello di Douglas. Abernethy era colpevole dell'omocidio di Donnchadh III, Conte di Fife, uno dei sei Guardiani di Scozia[7]. Abernethy morì durante la prigionia nonostante i tentativi di Edoardo I d'Inghilterra di ottenere il suo rilascio. William, dal 1289, viene sempre nominato come Signore di Douglas, quindi un Lord. Quanto alla vita matrimoniale e amorosa di quest’uomo ardito, possiamo dire, che fu piuttosto movimentata. Nel 1288 la sua prima moglie morì di parto dopo aver dato alla luce un maschio, James; il quale diverrà un condottiero noto anche come Black Douglas e sarà uno dei sostenitori di William Wallace per l’indipendenza della Scozia dall’Inghilterra. Lo stesso anno della morte della moglie, William non si ritirò certo in casa a cullare il suo erede, piuttosto, si dedicò alla conquista. Insieme ad un altro cavaliere assediò il castello di Fa'side, presso Tranent. Il maniero era in mano ad Alan la Zouche, I barone la Zouche di Ashby ed alla di lui moglie Eleanor, insieme a loro viveva una giovane vedova Eleanor de Lovaine, discendente di Goffredo III di Lovaine e alla quale re Edoardo I d'Inghilterra aveva dato una discreta dote vedovile. Il marito defunto della giovane non aveva avuto terre solo in Inghilterra, ma anche in Scozia ed Eleonora era salita al nord per riscuotere le proprie rendite, valutata la situazione William rinunciò a razziare il castello preferendo rapire la bella vedova. Pare che Eleonora non fu così scossa o disgustata dal suo rapimento e successivamente pare che lo sposò, ma re Edoardo non fu dello stesso avviso. Il sovrano ordinò allora allo Sceriffo del Northumberland di porre d'assedio tutte le proprietà dei Douglas e di arrestarlo qualora se ne fosse presentata l'occasione. Per essere sicuro di averli fra le mani, Edoardo I mise in oltre in movimento i Guardiani di Scozia ordinando loro di arrestare William e la moglie, ma i Guardiani però non si mossero affatto, William infatti aveva degli agganci entro le loro fila, James Stewart era suo cognato, mentre Alexander Comyn, Conte di Buchan era il cognato di Eleonora, d'altro canto un ordine tanto perentorio dal re d'Inghilterra non poteva averli di certo ben disposti. William non scappò, però, dalla prigionia. Nei primi mesi del 1290 venne incarcerato presso il castello di Knaresborough. La cattività durò davvero poco, in maggio fu liberato dopo che la moglie ebbe spedito una cauzione attraverso quattro emissari, tutti cugini della donna. Edoardo I d'Inghilterra non sembrò serbare ulteriore rancore per William tanto che gli vennero restituite tutte le terre che erano state confiscate precedentemente. La leggenda di Hellelil e Hildebrand basata sulla ballata Earl Brand deve per forza di cose essere stata tratta dal rapimento fortunato di William nei confronti di Eleanor e le coincidenze con altre ballate conferma questa tesi.
Francis James Child, a cui si deve la paternità della messa in opera della raccolta di tutte le ballate in un’unica opera, parla anche di una versione della ballata nota anche come Fair Margaret and Sweet William, molto simile come trama, ma basata su una ballata originale diversa, la numero 74 che ha il titolo omonimo. Anche le ballate 77 “Sweet William's Ghost” e 8 “Erlinton” potrebbero essere basate sulla vicenda di cronaca detta sopra. In vero molte ballate hanno tutte come protagonista un William, talvolta noto anche come Willi (ballata 6, Willi’s Lady) o Billy (diminutivo di William, Ballata n.5, Gil Brenton e ballata n. 110 The Knight and the Shepherd's Daughter) e la vicenda è sempre circa la stessa con le tematiche dell’amore, visto però dal punto di vista non emotivo ma fisico.
Il protagonista maschile in una ballata viene anche nominato Thomas che a sua volta era, guarda caso, chiamato Willie (Lord Thomas and Fair Annet, ballata n. 73) e deve trattarsi sempre della stessa identica persona. La protagonista femminile, invece, sembra cambiare di tanto in tanto e prende a volte il nome di Margaret, altre volte come nell’ultima ballata citata è chiamata anche Anne, Annie o Elinor (versione scozzese del nome Eleonora). Nelle ballate il matrimonio tra il protagonista e la protagonista è sempre un problema non piccolo, un amore contrastato che va a finire nel sangue perché il protagonista maschile storico fu infine catturato, dopo una fatale ribellione a favore della Scozia, e pare che morì nelle prigioni della Torre di Londra alla fine del XIII secolo (1298 ca). Da Eleanor ebbe due figli maschi. Nelle ballate citate qui sopra è possibile intravedere il fatto di cronaca, specie il rapimento e la relazione non approvata dei due, da nessun partito, ad eccezione dei Guardiani di Scozia con i quali erano in buoni rapporti poiché anche nei racconti stessi vi è spesso il rapimento quale casus belli, addirittura in alcune ballate il protagonista maschile non usa mezzi termini nel chiedere alla fanciulla di giacere con lui o vi giace e concepisce con lei un figlio, illegittimo. La versione più vicina alla fiaba è quella che si ritiene l’unica passibile ad un pubblico generale anche non preparato, essendo anche più soft, raccontata come leggenda in cui la guardia del corpo si innamora della bella principessa, ma il loro amore è contrastato e i due finiscono per morirne. Forse Eleanor non si disperò così nella realtà storica quando il suo sposo morì nelle prigioni di Londra a soli 55 anni. Purtroppo nelle ballate il lieto fine non esiste quasi mai, erano racconti per adulti per tempi freddi come la loro morale.

Fonti bibliografiche

Earl of Douglas, Wikipedia, ENG
http://www.sacred-texts.com/neu/eng/child/ch007.htm – altro sito per il testo della ballata
http://www.springthyme.co.uk/ballads/balladtexts/07_EarlBrand.html – testo della ballata, in due versioni possibile ricavate probabilmente da frammenti di manoscritti medievali
William Morris, Wikipedia, ITA

Note

    [1] Componimento letterario in versi di origine popolare (detto anche canzone a ballo), , costituito da più stanze cui si alterna un ritornello. Può essere anche inteso come un racconto in versi di carattere fantastico, originario dell'Inghilterra (sec. XVIII), dove il termine ballad prese a designare gli antichi canti popolari narrativi scozzesi. In musica, componimento che prende il nome dal testo poetico su cui si svolge il canto.
    [2] Impersonale, inespressivo. In linguistica, lo stesso che luogo comune o frase fatta.
    [3] Riferimento metaforico volutamente alterato sul piano della quantità sia per eccesso sia per difetto. Sin. Esagerazione
    [4] La sostituzione di un'espressione propria e abituale con una attenuata o alterata, suggerita da scrupolosità. Contrario dell’Iperbole.
    [5] Secondo Jean Markale, l’incesto non era un argomento tabù più di quanto lo si creda oggi, in riferimento al periodo medievale. Anzi, secondo Markale, esso era l’argomento spesso mascherato tra le righe, volutamente, dai poeti dell’età cortese, in riferimento alle mitologie arturiane ed alla letteratura altomedievale e con più era trasgressivo e con più i lettori lo ricercavano.
    [6] È una locuzione latina il cui significato letterale è occasione della guerra. L'espressione viene spesso usata per indicare un evento addotto a motivazione ufficiale per la dichiarazione di guerra, solitamente diverso o secondario, rispetto alle motivazioni economiche, politiche e sociali che gli storici indicano essere alla base di un determinato conflitto.
    [7] I Guardiani di Scozia erano de facto i capi di stato scozzesi.

    Erec ed Enide, l’incoronazione

    L’incoronazione di Erec ed Enide: Premessa

    Quella dedicata all’incoronazione è anche l’ultima parte del romanzo, in cui viene celebrata l’incoronazione dei due sposi a re e regina della terra di Erec, figlio di Lac. Alla corte di Artù giungono anche i genitori di Enide e lei finalmente può rivederli e riabbracciarli, c’è una ricongiunzione, ma quella che torna tra le braccia dei genitori non è la fanciulla che è partita coperta di poveri cenci, ma una donna di regale portamento, moglie di un re. Dunque Enide si è riscattata col suo mondo e con il suo tempo, agli occhi di tutti, ella è una donna di nobile origine, di nobile lignaggio e di onore tale che nessuna potrebbe eguagliarla. In questa ultima parte si vedrà anche come Chretien inserisca il simbolismo del suo tempo nelle descrizioni della cerimonia, in particolare vedremo il simbolismo del Medioevo quando esso era legato alle scienze all’epoca conosciute, vedremo tutte le associazioni che l’autore del romanzo fa, ricorrendo spesso non alle proprie conoscenze ma a fonti antiche, spesso classiche grazie alle quali costruisce o arricchisce la trama delle proprie storie.

    Una scena da mercato? Mantelli e denaro gettati alla mercé di chiunque per simboleggiare la liberalità.

    La prima parte dell’incoronazione non ha niente di dissimile da un bancone del mercato in cui uno butta lì la roba e chi passa se vuole la prende, la scena descritta a seguito non discosta tanto da una cosa del genere e per quei tempi ci si dovrebbe scandalizzare, sol pensare che gente di nobile portamento e costume si butta come un branco di villani su mantelli tanto belli e preziosi.
    I mantelli, estratti dai cofani, furono distesi qua e là per tutte le sale; li prese chi li desiderava, senza che alcuno glielo impedisse. Su un tappeto, nel mezzo del cortile, furono posti trenta moggi [1] di sterline bianche [2] che avevano corso in tutta la Bretagna fin dai tempi di Merlino; ciascuno ne prese a volontà, e quella notte ne portò a casa quante ne volle.

    Certamente non è un caso questo fatto descritto da Chretien, egli vuole in vero esaltare una delle prime qualità del cavaliere del Medioevo, quello ideale almeno, la liberalità, ovvero il non badare al valore del denaro nello spendere, nel donare, intesa anche come sinonimo di esagerata generosità. Secondo Dante Alighieri, la liberalità era la terza virtude, la quale è moderatrice del nostro dare e del nostro ricevere le cose temporali. Oggi ci vorrebbe un pazzo per fare una cosa del genere perché i soldi più che finire nelle tasche di coloro che vanno per prenderli a volontà, finirebbero nel loro sangue poiché non ce ne sarebbe abbastanza da soddisfare il desiderio e l’avidità di quanti accorrono.

    Nessuna lista di invitati per tanto sfarzo e lusso?

    Gli invitati in verità ci sono ma Chretien non ce li nomina facendoci intendere che sono troppi per poterli elencare, quindi basta che usiamo, come fecero i lettori dell’epoca, la nostra fantasia, per immaginare migliaia di gente, proveniente da tutti gli angoli della terra allora conosciuta, per rendere omaggio ai due futuri regnanti, Erec ed Enide. Sebbene lo stesso autore ci dica che la magnificenza dell’incoronazione è tale che è impossibile descriverla, più che descrivere una cerimonia si perde in una descrizione, quasi dettata da un delirio dei sensi, dell’ambientazione. Segue una prima descrizione dell’ambientazione della Cerimonia dell’Incoronazione, in cui si parla di troni d’avorio e d’oro fino, fatti con precisione tale che sembrano essere stati fatti non per due regnanti umani ma per due creature divine, che non sono Erec ed Enide, bensì Artù e Ginevra. Chretien probabilmente ha usato questo punto in modo strategico, le due coppie regali sono messe alla pari in un certo senso, esse sono in una dimensione diversa da quella terrena, essi sono altrove, in un mondo in cui non esiste nulla che non sia perfetto, il mondo del divino.
    Nessuna lingua o bocca d’uomo potrebbe narrare, per quanto bene ne conoscesse l’arte, né un terzo né un quarto e nemmeno un quinto della magnificenza di quell'incoronazione. Pure io voglio accingermi a così grande follia, e sforzarmi di descrivere la cerimonia. E poiché devo, e reputo di poterlo fare, non trascurerò di dirne almeno una parte, nella misura in cui me lo concederà il mio ingegno. Nella sala erano stati posti due bianchi troni d’avorio, di squisita fattura e di colori sfumati, uguali per lavorazione e dimensioni. Colui che ne era stato l’artefice era invero ingegnoso e sagace, poiché li aveva fabbricati della stessa altezza e lunghezza, e forniti dei medesimi ornamenti sì che, anche a riguardarli da ogni parte, non si sarebbe potuto discernere in uno un particolare che non si trovasse anche nell’altro nemmeno un dettaglio era fatto di legno: tutto era d'avorio e di oro fino, e quei troni erano intagliati con tale arte che le due zampe davanti avevano sembianza di leopardi e le al tre due di coccodrilli. Ne aveva fatto omaggio e dono a re Artù e alla regina un cavaliere di nome Bruianz delle Isole.

    I Quattro Pilastri della Conoscenza e il simbolismo del Medioevo.

    Artù sedette su un trono, e fece sedere sull’altro Erec, abbigliato di una veste di seta marezzata. Leggendo nella storia, troviamo la descrizione di quell’abito, e ne prendo a garante Macrobio [3], che mise ogni cura a scrivere tale racconto e, a dire il vero, lo conosceva bene. Macrobio mi insegnò a descrivere la lavorazione e i disegni di quella veste, così come l’ho trovata nel suo libro. Quattro fate l’avevano foggiata con grande abilità e arte. L’una vi aveva ritratta Geometria: com’essa osserva e misura le dimensioni del cielo e della terra senza nulla lasciarsi sfuggire, né il basso, né l’alto, né la larghezza o la lunghezza; poi come essa riguarda quanto è vasto e profondo il mare, e così misura il mondo intero. Questa era stata l’opera della prima fata. La seconda si era adoprata a ritrarre Aritmetica, e si era data la pena di mostrare appieno con quale saggezza essa conti i giorni e le ore del tempo e, a goccia a goccia, l’acqua del mare, e poi ogni granello di sabbia, tutte le stelle a una a una, e quante foglie vi sono in un bosco, sì che sa ben dirne tutto il vero: mai un numero la trasse in inganno né mai essa mentirà, poiché vuole bene comprendere ogni cosa. Tale era l’opera di Aritmetica. La terza figura rappresentava Musica, in cui si accorda ogni diletto: canto e discanto e, senza discordanze, melodie di arpa, di rotta e di viella. Era una creazione di suprema bellezza, e davanti a Musica erano raffigurati tutti gli strumenti e ogni piacere. La quarta fata, che vi aveva posto mano per ultima, aveva foggiata un’opera mirabile: vi aveva rappresentata la migliore delle arti, Astronomia, che tanti prodigi compie ispirandosi alle stelle, alla luna e al sole; non ricorre a null’altro in ogni contingenza; il cielo le è sì buon consigliere, qualunque cosa gli richieda, che essa può sapere con certezza, senza menzogna né inganno, ciò che fu e ciò che sarà. Quanto ho descritto era tessuto e ricamato a fili d’oro nella stoffa dell’abito di Erec. La pelliccia che ne formava la fodera era di bestie singolari dalla testa tutta bionda e dal corpo nero come le more, dal dorso vermiglio, dal ventre scuro e dalla coda turchina. Sono animali che nascono in India e han nome berbiolete [4]; si nutrono solo di pesce, cannella e chiodi di garofano freschi. E ora, cosa vi posso dire del mantello? Era molto ricco, e di grande bellezza; ai puntali dei lacci aveva quattro pietre: da una parte due crisoliti, dall'altra due ametiste, incastonate in oro.
    Chretien ci tiene a darci questa descrizione del mantello che sembra celare nella propria trama lavorata addirittura da delle fate, il mistero della conoscenza umana, il mistero della sapienza. Quattro sono gli elementi che sono rappresentati e insieme rappresentanti delle quattro grandi scienze nel Medioevo:
    Figura 1 – Schema a scala delle quattro scienze.

    La Geometria è la prima scienza viene creata nel mantello ed è quella che osserva e misura le dimensioni del cielo e della terra senza nulla lasciarsi sfuggire, né il basso, né l’alto, né la larghezza o la lunghezza; poi come essa riguarda quanto è vasto e profondo il mare, e così misura il mondo intero. La Geometria è fondamentale, insieme alla Matematica per le costruzioni, siamo infatti non solo in un periodo di grandi cambiamenti politici, ma anche di cambiamenti culturali e architettonici. Quello del XII secolo è anche il periodo delle grandi cattedrali, che potremmo definire anche come Pilastri della Terra, immortali vie che collegano il Cielo e la Terra, Dio e l’uomo, il divino eterno e l’umano effimero, la perfezione e la ricerca della perfezione che però non si incontrano mai. La Geometria e la Matematica erano in epoca medievale due importanti scienze, fondamentali per la costruzione di templi per Dio, templi per la salvezza delle anime e spesso grazie a queste due scienze, ai numeri ed alle forme geometriche ci si ricollegava a simbolismi ancestrali, simbolismi che per noi oggi non significano nulla ma che per gli uomini del Medioevo avevano un valore enorme. Il cerchio è ad esempio il simbolo dell’equità, dell’uguaglianza tanto è vero che viene definito come il luogo dei punti equidistanti da un unico punto detto centro. Il centro del cerchio era il centro dell’universo, il centro era Dio e i punti a Lui equidistanti erano gli uomini, per principio del Cristianesimo, tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio, anche se nel Medioevo il raggio probabilmente era molto più corto di quanto non lo sia oggigiorno, un tempo in cui regnano la praticità e la tecnologia, la scienza e l’ateismo e probabilmente è anche per questo motivo che tutto il simbolismo medievale oggi ha perso per l’uomo il senso e l’utilità e le grandi cattedrali vengono sempre più spesso considerate come semplici chiese, quando in vero di semplice c’è ben poco. Mentre la Geometria descrive la forma delle cose e del mondo, nonché dell’universo, la Matematica, con i numeri e le sue leggi regola l’equilibrio dinamico delle cose stesse, non cambia un valore senza cambino anche tutti gli altri, ad una cosa sono inscindibilmente legate tutte le altre.
    La Matematica (la seconda delle scienze nominate) è non meno della Geometria legata al simbolismo, nel Medioevo, per fare un esempio il triangolo, ha tre lati, tre angoli e il 3 è un numero fondamentale nella religione cristiana perché è il numero della Santa Trinità. Non è solo questo, il 3 è un numero importante per la Matematica poiché fa parte di una serie che fu inventata proprio nel Medioevo, la Successione di Fibonacci. Circa trent’anni dopo la morte di Chretien il matematico Fibonacci creò questa successione di numeri dove ogni numero è la somma dei due precedenti e in questa serie vi è anche il 3, come somma di 1 + 2.

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    Equazione 1 – primi numeri della Successione di Fibonacci.

    La Successione di Fibonacci possiede moltissime proprietà di grande interesse. Certamente la proprietà principale, e maggiormente utile nelle varie scienze, è quella per cui il rapporto tra un termine e il suo precedente, al tendere di n all'infinito tende al numero algebrico irrazionale chiamato Sezione Aurea o Numero d’Oro = 1,618.

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    Equazione 2 – L’equazione della Successione di Fibonacci. Il simbolo greco si legge phi (pron. fi)

    Il Numero d’Oro è stato usato per la costruzione di uno dei più particolari edifici mai costruiti da mani umane: Castel del Monte, dove il numero 1,618 è sempre e comunque presente, risultante in ogni calcolo. Castel del Monte è un libro di pietra dove la Successione di Fibonacci ricorre spessissimo e non è solo un armonia di leggi di matematica e Geometria perché in vero, proprio grazie al numero d’oro, questo edificio costruito in epoca medievale funge anche da sito astronomico in quanto tutti i suoi elementi architettonici, combinati e regolati dalle leggi della Matematica e della Geometria altro non fanno che riprendere i movimenti della Terra rispetto al sole e all’universo ed ecco che si arriva all’ultimo gradino della scala che abbiamo precedentemente rappresentato, l’ultimo elemento aggiunto anche da Chretien nella sua descrizione: l’Astronomia.

    Figura 2 – Castel del Monte, Andria (Bari, Italia), la sua forma ottagonale con 8 torri ottagonali anch’esse permette di vedere, girandoci intorno, sempre e solo 4 torri.

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    Figura 3 - Sezione di Castel del Monte.
    Ogni volta che il Sole entra in un segno zodiacale, la parete su d del cortile (gnomone) proietta a mezzodì delle ombre, reali o teoriche, che determinano la misura di vari elementi architettonici del castello. Castel del Monte, Stefania Mola. Mario Edda Editore, Bari, 1991

    In realtà i riferimenti non sono di Chretien, ma come lui stesso dice sono attinti da un’altra fonte precedente, del V secolo: Macrobio, in particolare dal suo testo noto come Commentarii in Somnium Scipionis [5]. Macrobio per scrivere questo testo utilizzò quello scritto oltre quattrocento anni prima da Cicerone sul sogno di Scipione l’Emiliano e lo arricchì dei suoi studi astronomici e di elementi anche religiosi (elementi non distanti da quelli della religione cristiana e per questo probabilmente l’opera fu apprezzata). Grazie alla conoscenza del latino, Chretien (che era un chierico) lo lesse e trovò probabilmente ancora una volta una fonte inesauribile di idee e da qui lui creò il mantello di Erec, un mantello che aveva nella propria trama i segreti della Conoscenza e delle principali scienze: Geometria, Matematica, Musica e Astronomia. Nell’esempio che abbiamo visto prima sull’uso della Matematica e della Geometria per arrivare all’Astronomia, abbiamo saltato la Musica. La Musica è la terza scienza che viene citata da Chretien e anche se a molti sembra strano, essa è fortemente legata alla matematica, la Successione di Fibonacci può, secondo alcuni, essere sfruttata, specie la sequenza aurea, per la composizione musicale. Sul piano compositivo la sezione aurea attraverso la serie di Fibonacci può, ovviamente, essere rapportata a qualsiasi unità di misura concernente la musica, cioè durata temporale di un brano, numero di note o di battute, etc non sono comunque rari anche in questo caso facili entusiasmi dovuti a fraintendimenti numerici. Paul Larson nel 1978 riscontrò nei Kyrie contenuti nel Liber Usualis il rapporto aureo a livello delle proporzioni melodiche, ma in mancanza di una documentazione che ne attesta la volontà di inserimento, la non casualità della cosa rimane tutta a livello puramente congetturale; medesime illazioni sono sempre state fatte che per le opere di Mozart, anche se recentemente John Putz, matematico all'Alma College, subitamente convinto anche lui di tale teoria, specialmente per quanto riguarda le sue sonate per pianoforte, dovette ricredersi riscontrando un risultato decente soltanto per la Sonata n. 1 in Do maggiore. La musica scritta in note come la intendiamo noi oggi fu inventata proprio nel Medioevo e potete trovare qui il testo di riferimento: Storia della musica medievale, oltretutto la notazione musicale medievale (da cui si evolse quella moderna) risale al IX secolo d.C., almeno tre secoli prima di Fibonacci e quindi sarebbe difficile pensare che le note musicali siano state create dopo la creazione dell’omonima serie, anche se le coincidenze numeriche delle note non mancano, tanto è vero che si parla di ottave e l’8 è un numero della Serie di Fibonacci. Oggi tanta gente non pensa e si rifiuta di credere che in un’epoca come il Medioevo la gente potesse avere della testa, dell’intelletto, anche se purtroppo solo pochi potevano usarlo davvero; non ci si dovrebbe meravigliare se una cosa come la musica fosse legata alla matematica dalla Serie di Fibonacci e il legame fosse stato inventato proprio in epoca medievale, lo scalino della Musica sarebbe così inserito nella scala illustrata precedentemente e nella costruzione di edifici con lo scopo di creare particolari effetti sonori e risonanze o riverberi speciali. Se consideriamo quanto appena detto, nel contesto di una costruzione, i primi tre scalini permetterebbero di arrivare all’ultimo con un solo scopo, lo stesso inseguito nella costruzione delle cattedrali: portare il cielo e quindi l’universo, il mondo di Dio sulla Terra. Questo collegamento è puramente teorico e la teoria avrebbe maggior validità se si considera che gli uomini del Medioevo, specialmente i costruttori delle Cattedrali e dei castelli come Castel del Monte, potrebbero aver usato testi classici, mescolandoli con elementi del proprio tempo per giungere alla creazione di una sorta di ponte tra cielo e terra; un ponte tra Dio e l’uomo, tra il divino e l’umano.
    Detto questo, non dobbiamo giungere alla conclusione che Chretien creando questo mantello fatato, che indossa Erec nell’Incoronazione, abbia voluto celare un qualche mistero o una qualche misteriosa mappa, piuttosto ispirandosi ad altre opere ha voluto fare sia sfoggio di intelletto degli uomini del suo tempo, sia descrivere le scienze più importanti del suo tempo e infine ha voluto usare qualcosa che permettesse ai suoi lettori di lasciarsi andare all’immaginazione, grazie anche alle descrizioni che dà delle quattro grandi scienze.

    La conclusione del racconto con l’incoronazione vera e propria

    Il racconto conclude in due paginette con la vera e propria incoronazione alla presenza di tutta la corte di Artù e dei suoi vescovi. L’incoronazione vera e propria viene descritta come il posare la corona sulla testa e mettere in mano lo scettro, si tratta senz’altro di una descrizione veloce e fuggevole, poiché la descrizione del mantello ha la stessa funzione di incoronazione, con maggior valore inoltre, perché la corona rappresentata dal mantello di Erec è anche la Conoscenza che secondo la mentalità dell’epoca apparteneva ai grandi uomini. Purtroppo dell’abito dell’incoronazione di Enide Chretien non dice niente, e non per uno slancio di maschilismo, piuttosto perché era Erec il legittimo re, erede al trono di suo padre e quindi a lui spettava la scena più importante, Enide ha avuto la sua in precedenza e in questo caso sale al trono come regina consorte.

    Fonti bibliografiche

    Fonti online

          Testi cartacei

          • Erec ed Enide. Chretien de Troyes. A cura di G. Agrati, M. Magini, - Milano: Mondadori. 1983
          • Castel del Monte, Stefania Mola. Mario Edda Editore, Bari, 1991

          Note

          [1] Moggio, dal lat. mŏdius, prob. der. di modus «misura»; cfr. modio, si tratta di un’antica unità di misura di capacità per aridi, soprattutto per le granaglie, usata in Italia prima della adozione del sistema metrico decimale, con valori diversi nelle varie città. Era però anche un’antica unità di misura agraria usata, con valori diversi, in varie province italiane. Probabilmente in questo contesto ha significato di recipiente molto grande da usare per contenere molto denaro.
          [2] Probabilmente da intendersi come le sterline normali, certo è difficile da credere che ai tempi di Chretien qualcuno fosse tanto ricco da potersi permettere di elargire gratuitamente tanto denaro; senza considerare che l’Inghilterra nel periodo di Chretien non navigava certo nell’oro, considerato che era sconvolta dalla tremenda guerra civile tra Stefano e Maud. Si potrebbe trattare di una aggiunta di fantasia dell’autore.
          [3] Scrittore latino del V secolo, autore di un commento al Somnium Scipionis di Cicerone da cui potrebbero essere derivate le idee sulle scienze esposte nella descrizione del mantello di Erec. È stato un filosofo, scrittore e funzionario romano. Studioso anche di astronomia, sostenne la teoria geocentrica. Della vita di Macrobio non si sa molto e quel poco che è stato tramandato dai suoi contemporanei non è del tutto affidabile e di lui le sole cose certe che si sanno è che non era cristiano (tuttavia le sue idee erano affini con la mentalità cristiana dei primi secoli d.C.) e che nacque nell’Africa romana. Macrobio iniziò ad interessarsi di Astronomia probabilmente all'epoca della stesura del Commentariorum in Somnium Scipionis, nel quale descrisse la Terra come una sfera (globus terrae) di dimensioni insignificanti rispetto al resto dell'universo. Da allora iniziò ad elaborare alcune teorie come dilettante, sostenendo che la terra non fosse piatta. Ne è prova che in alcuni manoscritti, risalenti al Medioevo, contenenti opere di Macrobio, sono tracciati diversi globi: in uno di questi compare anche una possibile suddivisione delle zone climatiche terrestri. Durante il Medioevo Macrobio fu identificato come un autore cristiano e per questo poté godere di una buona reputazione, che gli permise di essere letto, studiato e citato dai più illustri filosofi come Pietro Abelardo. Le sue opere furono copiate dagli amanuensi nei monasteri e così non venne dimenticato, ma, terminato il Medioevo, in un primo tempo non venne considerato dagli umanisti, che poi invece lo ripresero. L'appartenere ad un periodo così tardo della storia antica non gli ha mai giovato e solo oggi si sta riprendendo lo studio delle sue opere in modo più approfondito, pur con meno intensità rispetto al Medioevo. In effetti gli studiosi oggi non analizzano tanto l'opera di Macrobio per conoscerne e apprezzarne il pensiero, ma cercano più che altro di dargli una datazione e un'identità.
          [4] Forse diminutivo di brebis, pecora; designa un animale esotico non identificato.
          [5] Somnium Scipionis (in lingua italiana Sogno di Scipione) è il nome con cui viene identificato un celebre brano del trattato De re publica di Marco Tullio Cicerone (composto nel 54 a.C.) corrispondente all'ultima parte del sesto libro. In esso sono trattati temi di contenuto filosofico-mistico come l'immortalità dell'anima, il premio ultraterreno destinato ai grandi uomini politici benefattori della patria, l'esistenza di un aldilà. Il poeta pagano tardo-imperiale Ambrogio Teodosio Macrobio scrisse il Commentarii in Somnium Scipionis, un commentario in due volumi sul Somnium. Il libro ebbe inoltre fortuna nella tarda antichità e nel Medioevo a motivo della sua affinità con la dottrina cristiana sulla vita eterna.

          Erec ed Enide: la vita coniugale tra lenzuola e campo di battaglia (II parte)

          La fine della prima parte, il riconoscimento simbolico di Enide

          Nella prima parte del romanzo di Chretien, vedevamo il nostro eroe, Erec, intento sia nella ricerca di riparare alla propria onta di disonore sia nella conquista del cuore di una nobile fanciulla la cui nobiltà è ormai lungi dall’esistere e la sua famiglia è in rovina. Non può certo trattarsi di un’errata traduzione quella che riguarda l’ultima parte, in cui la cugina della fanciulla appare come più ricca tanto da potersi permettere di fare la carità ad Enide. Enide alla corte di Artù si trasforma, da povera nobile di campagna a sontuosa regina, una sorta di incarnazione di una qualche dea pagana britannica, la trasformazione avviene per mezzo di una vestizione non tanto pratica, bensì simbolica. È Ginevra, la Grande Regina a vestire Enide, non è una donna qualunque con mezzi economici adeguati per potersi permettere pellicce di ermellino e gioielli in oro fino; è Ginevra che come moglie del Grande Re Artù di Britannia riconosce e riaccoglie tra la nobiltà di alto rango la giovane Enide, altrimenti destinata a vivere e morire in rovina, dimenticata da tutti.
          Anche il bacio del re ha un suo significato simbolico, perché il riconoscimento e l’accoglienza nella grande casta regnante è completo, da quel momento Enide diventa una principessa consorte, accanto ad Erec, figlio di Re. Si tratta in vero di una sorta di iniziazione, a cui Chretien doveva tenere molto per descriverla così dettagliatamente.

          Il regno di Lac, reale è leggendario?

          Anche se nella precedente parte non abbiamo trattato del sovrano padre di Erec, Lac, abbiamo abbastanza fonti storiche da poter azzardare un collegamento, una sorta di proiezione tra un personaggio di Goffredo di Monmouth e il personaggio del romanzo di Chretien; non dimentichiamoci che i due scrittori erano quasi contemporanei da non poter azzardare l’idea che Chretien si fosse ispirato a Goffredo per le sue opere. Nella Historia Regum Britanniae viene citato un tale Locrino [1], che sarebbe vissuto almeno duemila anni prima, figlio di Bruto di Troia, dal quale prende il nome la Britannia. La storia di Locrino però non è affatto simile a quella di Lac, del quale ci viene detto praticamente nulla, per cui è possibile supporre che Chretien si sia servito del lavoro di Goffredo solo per prendere ispirazione per dare i nomi ai personaggi. Oltretutto anche dal punto di vista delle posizioni geografiche tra Lac e Locrino vi è differenza poiché Lac è gallese, mentre Locrino viene descritto come re leggendario della regione odierna corrispondente all’Inghilterra, altro fattore, questo, che conferma quanto già detto sopra. Proprio nella seconda parte in prosa dell’Erec et Enide, Chretien ci da una collocazione geografica precisa del regno di Lac, l’Estregalles secondo i traduttori della sola versione italiana in prosa che abbiamo ancora oggi, cioè il Galles del Sud o la regione della Clyde occupato da Gallesi e vicino al Galloway. Siamo andati puntualmente a controllare sulle mappe satellitari e abbiamo riscontrato un errore: la regione della Clyde è nell’estremo sud della Scozia che non confina oltretutto con il Galles, il Clyde è il più importante fiume scozzese e non può quindi essere questa la regione indicata da Chretien; siamo allora andati a controllare i fiumi del Galles per mezzo delle enciclopedie ed abbiamo trovato un fiume da un nome molto simile, il Clyne che sfocia nel mare. Il primo castello della zona è quello di Swansea, la stessa regione in cui il fiume scorre e dal punto del fiume al castello c’è una distanza di 5 miglia circa. La storia del castello è raccontata con tanto di fotografie al seguente link: Strade del Medioevo - Castello di Swansea.
          Se anche Chretien si fosse inventato il regno di un re che non esiste, non è difficile però pensare che anche se magari non aveva visitato questo luogo di persona ne conosceva l’esistenza e tanto bastò a fargli inventare un regno per il suo personaggio. Non è del resto il primo castello che Chretien nomina nei suoi romanzi, anzi, essi sono la mappa di un mondo oltre il tempo e lo spazio dove pochi ardono addentrarsi nel timore di incappare in un oscuro labirinto senza vie d’uscita. Il regno di Lac e di Erec si pone così in una specie di realtà parallela, un universo che solo i poeti e gli amanti potevano raggiungere, ai confini tra realtà e immaginazione.

          Un premio ai suoceri…

          La seconda parte si perde inizialmente in una accentuata descrizione, quasi logorroica del premio che Erec fa ai cari suoceri caduti in disgrazia e ancora una volta si intravede una sorta di risalita sulla scala gerarchica della società altomedievale, un riscatto che permette al principe di sposare la fanciulla, Enide.

          Compiuta la cerimonia del bacio del cervo bianco secondo il costume del paese, Erec, uomo cortese e generoso, rivolse il pensiero al proprio ospite indigente: non intendeva tradire le promesse che gli aveva fatte. E ben si attenne alla parola data, poiché gli inviò subito cinque somieri grassi e riposati che recavano abiti e drappi, tele di seta e di scarlatto, marchi d’oro e verghe d'argento, pellicce di vaio, grigie e di zibellino, porpore e drappi orientali. E dopo che i somieri furono caricati di tutto quanto si addice a un gentiluomo, scelse perché li conducessero dieci cavalieri e dieci sergenti della propria casa e del proprio seguito e li pregò e insisté che salutassero l’ospite e la moglie e rendessero loro grandi onori, come si fosse trattato di lui stesso. Disse anche che, dopo aver loro presentato i somieri, l’oro, l’argento e i bisanti, e tutte le ricche forniture che erano nei cofani, accompagnassero con grande sfarzo il signore e la moglie nel regno di Estregalles [2], dove egli aveva destinato loro due castelli, i più belli e i meglio situati di tutto il paese, e quelli che avevano meno da temere dalla guerra, L’uno era chiamato Montrevel, l’altro Roadan. Quando fossero giunti nel suo regno, i messaggeri avrebbero consegnate loro i due castelli con le rendite e i diritti di giustizia relativi così come egli aveva promesso.

          Una lista logorroica di invitati…

          Arriva il fatidico giorno del sì, stranamente Chretien non si perde in descrizioni di abiti, ma di liste di invitati, quasi quelle dei reali moderni. Gente da tutto il mondo per questa piccola donna, questa piccola sposa, per la sua iniziazione e trasformazione da fanciulla a donna, ebbene sì, perché nel Medioevo, specie per i poeti e gli scrittori, la differenza era enorme, e non solo fisica. Quanto alla lista degli invitati abbiamo controllato alcune versioni tradotte dal francese medievale all’inglese e poi quella unica in italiano e abbiamo trovato che quella inglese presente su Wikipedia mancava di tale logorroica lista. Per sapere quindi se Chretien si fosse ancora una volta inventato i personaggi siamo dovuti ricorrere ad un dizionario arturiano, in inglese e abbiamo trovato alcune info curiose sui personaggi. Spesso ad un nome possono corrispondere più di una persona delle leggende arturiane. Prima però leggiamo questa logorroica lista di invitati per poi scoprire chi fossero!

          E ora ascoltate: vi dirò chi erano quei conti e quei re. Venne il conte Branles di Colchester [3], seguito da un ricco corteo, e conduceva con sé cento cavalli che gli scudieri tenevano con la mano destra; giunse poi Minargomon, che era signore di Eglimon; in nobile compagnia si presentò anche il signore della Montagna Alta[4]. Giunsero il conte di Treverain con cento compagni, poi il conte Godegrain, che non ne condusse meno. Con quanti mi avete sentito nominare venne anche Moloas, ricco barone e signore dell’isola Nera: mai nessuno vi sentì tuonare o vi vide cadere fulmine o grandine; mai vi soggiornò un rospo o un serpente, o vi fece troppo caldo o troppo freddo. E vennero Greslemuef di Finisterre con venti compagni, e suo fratello Guingamar, signore dell’isola di Avalon: di costui abbiamo sentito dire, ed è stato accertato comi vero, che era amico di Morgana la fata. Venne anche David di Tintagel, che non provò m ai né ira né corruccio. I conti e i duchi si presentarono in gran numero, ma i re erano ancora di più: Garras [5], fiero sovrano di Corques, giunse con cinquecento cavalieri che indossavano mantelli, brache e tuniche di seta e di zendado. Aguiflet, il re di Scozia, giunse su un cavallo di Cappadocia, e portava con sé anche i figli Cadret e Coi, due cavalieri molto temuti. Venne anche re Ban di Ganieret accompagnato da duecento giovani valletti spensierati e imberbi che appartenevano alla sua casa, e tutti, nessuno escluso, recavano falchi e altri uccelli, smerigli e sparvieri e nobili astori rossastri o addestrati alla caccia della gru. Kerrin [6], il vecchio re di Orcel, non condusse con sé dei giovi­netti; anzi, il più giovane dei suoi duecento compagni non ave­va mino di cento anni. A causa della loro grave età, avevano tutti il capo canuto e bianco e la barba lunga fino alla vita. Re Artù li aveva molto cari. Giunse poi il signore dei nani, Bilis re degli Antipodi, nano egli stesso e fratello germano di Bliant. Bilis era il più piccolo di tutti i nani, mentre Bliant era di mezzo piede o di una spalla intera più alto di ogni altro cavaliere del regno. Per compagnia e per sfarzo Bilis condusse con sé due re, Grigoras e Gleodalen, anch’essi nani e suoi feudatari, che furono guardati con grande meraviglia. Giunti a corte, furono tutti e tre accolti con ogni considerazione e onorati e serviti come sovrani, poiché erano nobili e valorosi. In breve, re Artù si rallegrò molto in cuor suo nel vedere riunito tutto il proprio baronaggio. Allora, per rendere più gioiosa la festa, volle armare cavalieri cento valletti. Ordinò quindi che facessero il bagno e fece dono a tutti di abiti tagliati in ricche sete di Alessandria e foderati di vaio, e ciascuno scelse quello che preferì. Inoltre, ebbero tutti armature di una medesima foggia e cavalli agili e veloci, il peggiore dei quali valeva almeno cento lire.

          Il primo della lista è Branles, conte di Colchester figura non storica e probabilmente è un personaggio di invenzione, citato come personaggio invitato ad un matrimonio importante, ma non così importante da non dire più di poche parole per lui. Il secondo è Minargomon di Eglimon. Il nome è di origine celtica, lo troviamo però nel dizionario con tre diversi nomi:
          Si tratta però anche in questo caso di un persona inventata e non storica, un lord della corte di Artù. Anche il personaggio di Treverin è inventato e pensate, arriva con cento cavalieri. Il personaggio successivo, Godegrains non è nominato solo nel romanzo di Chretien, ma anche in altri romanzi. Secondo un altro autore, Heinrich von dem Türlin (posteriore a Chretien) il personaggio sarebbe fratello di Ginevra, strano però dato che i cognomi non si somigliano, però la radice nella lingua parlata potrebbe essere la stessa. Ginevra era la figlia di Lodegranz, nome che nel corso dei secoli ha a sua volta subito delle mutazioni, ma la parte centrale della parola, -odegra- rimane invariata, potrebbe essere che Heinrich abbia fatto un gioco di parole, ma potrebbe essere anche una semplice differenza linguistica. Si tratta di un personaggio oscuro, dal carattere ambiguo. Poco conosciuto nei classici arturiani, si tratterebbe di uno dei tanti rapitori di Ginevra, probabilmente deve essere un’altra interpretazione o versione del rapimento di Melegant, impresso anche su pietra, non dimentichiamolo, nella Porta della Pescheria del Duomo di Modena. Poi altro invitato è Moloas, dell’Isola Nera. La sua origine celtica, in gaelico è Melwas, probabilmente nome da cui origina anche Melegant, il famoso rapitore; non è una coincidenza che anche questo Moloas sia uno dei tanti rapitori della bella regina. La prima volta che viene nominato questo personaggio è nelle cronache dello storico santo abate Gildas (VI sec. d.C) e viene citato come rapitore, dopo aver portato la regina a Glastonbury viene sconfitto da Artù e dai suoi cavalieri, ma solo dopo un anno di ricerca. Dato che tra i primi invitati non mancano dei rapitori della regina, c’è da presumere che Chretien abbia voluto fare dell’ironia sulla storia, poiché sarebbe stato Erec stesso, per ragioni di impazienza di volersi sposare, a chiedere al re di organizzare il tutto lì nel suo regno. Artù quindi si ritrova a dover chiamare in casa dei potenziali nemici, tutti rapitori di sua moglie, per poter permettere ad un cavaliere quale è Erec di raggiungere l’apice della gloria cavalleresca oltre che il culmine della gioia dovuta all’amore. È in un certo senso il sacrificio di molti per uno solo, concetto contrario a quello che invece viene proposto dalla religione cristiana dove è l’uno che si sacrifica per la salvezza eterna dei molti. Non è da escludere che Chretien abbia mescolato sacro e profano, pur senza intenzioni maligne, nel suo intento di lavorare e creare un cavaliere perfetto, anche davanti a Dio, non solo un esempio per gli uomini. Quanto ai luoghi “Isola nera” ed “Isola di vetro” si fa un chiaro riferimento ad Avalon, si riprende l’antico mito della fata che intrappolò Merlino in un palazzo invisibile in cui solo lei poteva entrare. Altro invitato è Greslemuef di Finisterre, suo fratello è Guinguermar dell’Isola di Avalon, questi due personaggi potrebbero essere un chiaro richiamo all’antica religione pagana della Dea nelle Isole Britanniche, potrebbero essere due sacerdoti o due druidi. Il passaggio tra i due mondi avveniva solo per chi conosceva i misteri delle famose nebbie che dividevano il mondo terreno da quello fatato e da Avalon, chi rimaneva chiuso fuori da Avalon poteva perdersi nel mondo fatato dove il tempo trascorreva in modo completamente diverso dal nostro o poteva finire a Glastonbury, dai cristiani. Non a caso viene anche citata Morgana, intesa come la Custode di Avalon, la Grande Sacerdotessa dell’antica religione celtica. Viene poi David di Tintagel, personaggio non storico, al contrario del castello di Tintagel di cui oggi restano solo antichissime e dimenticate, ma immortali rovine. Altro personaggio ancora è Aguiflet, fratello di Urien e Lot delle Orcadi (Scozia), nominato per la prima volta da Goffredo di Monmouth come alleato di Artù nella lotta contro i Sassoni. In realtà però egli è il meno importante dei tre fratelli, perché di fatto nella mitologia arturiana sono Urien e Lot i sovrani protagonisti delle vicende delle loro terre e non solo nella cacciata dei Sassoni. Altro invitato sulle cui origini non abbiamo dati è Ban di Ganieret, forse lo stesso Ban o Bano, padre di Lancillotto del Lago, anche se nelle leggende arturiane di Chretien Ban comparirebbe per la prima volta solo nel Lancelot come Ban di Benoic e non come Ban di Ganieret, per cui è improbabile che possa essere lo stesso Ban del Lago o di Benoic, piuttosto un personaggio inventato. Anche come collocazione geografica non esiste Ganiret ma Ganivet e ce ne sono ben 4 sparse in tutta la Francia. Oltre alle Fate, Chretien ha la brillante idea, per mezzo del suo personaggio, Erec, di invitare anche i nani e perché non prenderli comodamente dalla mitologia vichinga o norrena? Ecco che viene citato Bilis re degli Antipodi, del quale sappiamo che viene al matrimonio con i fratelli, uno dei quali il più alto dei nani. I nani sono però un elemento delle mitologie nordiche e non di quelle britanniche, per cui è da presumere che Chretien abbia scopiazzato anche da qualche testo norreno, poiché non è la prima volta che incontriamo i nani, già nella prima parte Erec ne deve affrontare uno assai cattivo e villano. I nani sono fortunatamente gli ultimi della lunga lista. C’è da chiedersi dove siamo finiti, siamo ancora sulla Terra, nel Medioevo cristiano o siamo in un crocevia tra la terra ed altri mondi, quelli come Avalon o del Mondo Fatato? Potremo tornare indietro ad una realtà più semplice, anche se comunque misteriosa e complessa? Sì, potremo, perché non ci tocca nemmeno di dover contemplare un abito da sposa, forse perché Chretien ci ha già descritto della bellissima Enide, anche se ancora non ci ha detto il nome, essa appare solo come fanciulla e come tale è chiamata, ma poi l’autore ci dice il suo nome “Enide” (pron, probabilmente come è scritto).
          Artù è felice che tutta la sua corte è riunita lì, ma ancor di più uno dei suoi più prodi e valorosi cavalieri si sposa nella sua casa che non è Camelot, ma Cardigan. Questo potrebbe essere stato luogo di un importante sposalizio ai tempi di Chretien, il quale magari non essendovi stato di persona potrebbe aver comunque tratto spunto. Nonostante la varietà di invitati, l’ambiente in cui questo sposalizio avviene è di alta nobiltà, la massima, quella regia per cui non bisogna stupirsi se si sente parlare di “sete di Alessandria” e doni quali cavalli “il cui peggiore valeva almeno cento lire”. Siamo probabilmente proiettati in una corte come quella che poteva essere la corte di Eleonora ed Enrico II, perché no? Ma la protagonista non è Ginevra né una Eleonora della fantasia, l’eroina è una fanciulla che viene data in moglie, che in questo grande momento viene riscattata nel mondo in cui è nata. Chretien ci fa una breve descrizione di una corte in festa ad uno sposalizio citando vari strumenti musicali, ogni musico suonava secondo le sue capacità:

          Uno saltava, l’altro faceva capriole, uno compiva trucchi di magia, un altro fischiava; uno cantava, questi suonava il flauto, quello il flauto silvestre [7]; uno la giga [8], l'altro la viella [9]; le damigelle danzavano e intrecciavano carole: tutti si adopravano a far festa. In quel giorno di nozze non mancò quanto poteva dare gioia e rallegrare il cuore degli uomini. Rombarono i timpani e i tamburi, risuonarono le cornamuse, le pive [10] e le fistole [11], le buccine [12]e i flauti silvestri.

          Moglie e amante: l’iniziazione sessuale di Enide

          Per chi avesse pensato che il sesso (riproduttivo e ricreativo) sia una nostra invenzione recente, e che nel Medioevo non fosse praticato, sappia che mai sarebbe stato più lontano di così dal vero e Chretien ci tiene a dircelo e non ci risparmia una descrizione che oggi farebbe impallidire le scrittrici di romanzi rosa, ma non per quello che fa fare ai due sposini, ma perché a differenza delle moderne porcherie, Chretien usa delle parole selezionate, poetiche che innalzano una cosa come il sesso ad un piano più elevato, sul mistico e sacro; le descrizioni son lungi dall’essere considerabili come pornografiche, anzi, non infastidiscono il lettore e lo invitano a considerazioni che nel nostro Medioevo moderno sono ormai fantasie dimenticate e ridicolizzate.

          Il palazzo era colmo di grande allegria, ma faccio grazia di molti dettagli, per narrarvi invece della gioia e del piacere che regnarono quella notte nella camera e nel letto quando, dopo la benedizione dei vescovi e degli arcivescovi, giunse il momento in cui gli sposi si unirono. Enide non si sottrasse a quel primo incontro, né Brangania prese il suo posto. La regina, che aveva molto cari entrambi, si era adoprata di persona ad acconciare la sposa e a preparare il letto. Cervo braccato che ansima di sete non prova tanta brama per la fonte, o sparviero affamato accorre più volentieri al richiamo di quanto i due sposi vedano con gioia avvicinarsi il momento in cui si stringeranno tra le braccia. Quella notte, recuperarono tutto il tempo perduto nell’attesa. Dopo che tutti hanno lasciato la camera, essi rendono a ogni parte del proprio corpo quanto le è dovuto: gli occhi, che sono fonte della gioia d’amore, si ristorano a guardare e inviano il loro messaggio al cuore, tale è il piacere che provano per tutto ciò che vedono. Al messaggio degli occhi segue la dolcezza dei baci, che vale ben di più, poiché suscita l’amore. Entrambi assaporano tale dolcezza e ne abbeverano i recessi del cuore, sì che se ne distaccano a gran pena: il loro primo gioco d’amore è fatto di baci. La pulzella è resa più ardita dall’amore che intercorre tra loro: non prova alcun timore, sopporta ogni cosa per quanto dolore le possa provocare e, prima che si sia levata, ha perso il nome di fanciulla: al mattino è dama novella.

          Faccio grazia di molti dettagli, dice Chretien, nel descrivere come si consumavano le nozze ai suoi tempi. Anche in questo caso Chretien non si accontentò del proprio, dovette attingere anche da versioni romanzesche più antiche, come le prime versioni di Tristano ed Isotta, ma ci da anche alcune informazioni su un aspetto della sessualità nel Medioevo oltre che al modo in cui era vissuta nella vita coniugale, che è quello della consumazione. Oggi si fanno ormai le cose al contrario rispetto a quello che dovrebbe essere il comportamento ideale, che Chretien descrive: prima matrimonio e poi consumazione. Oltretutto oggi siamo così malati di privacy che senza quella non andiamo nemmeno al bagno in santa pace; per cui oggi ci scandalizzeremmo se proprio quella sera qualcuno ci venisse a benedire e stesse lì a controllare che facciamo il nostro dovere. Nel Medioevo, invece, la consumazione con tanto di pubblico era un rito quasi obbligatorio, una suggellazione definitiva di un contratto. Ovviamente Chretien non ce la descrive in questi termini, pur facendoci capire come stessero le cose, ci parla di una coppia così innamorata che giunta la sera si fa benedire, quasi come se volessero essere sicuri che nulla avrebbe mai ostacolato il loro grande amore e poi inizia la giostra dell’amore, così come Chretien ce la descrive. Si tratta di un erotismo diverso da quello che concepisce la mentalità odierna, è un erotismo diverso, dove l’attrazione sessuale è qualcosa di così forte e bello che la sete e la fame per un cervo ed uno sparviero davanti alla fonte l’uno ed alla preda l’altro, sono nulle. Cervo braccato che ansima di sete non prova tanta brama per la fonte, o sparviero affamato accorre più volentieri al richiamo di quanto i due sposi vedano con gioia avvicinarsi il momento in cui si stringeranno tra le braccia. Come di costume, Chretien ancora una volta si ispira ad altre opere come Tristano ed Isotta, per fare un’allusione alla verginità della sposa. Enide non si sottrasse a quel primo incontro, né Brangania prese il suo posto, è un riferimento ad un fatto assai singolare che anche Gottfried von Strassburg ricorda poco tempo dopo Chretien nel suo Tristano: Isotta, prima ancora di venir data in sposa a Marke di Cornovaglia, giace con Tristano e perde la verginità e quando si deve sposare, sapendo il rischio che corre se fosse scoperta, fa uno scambio con la propria ancella, invece vergine che nel buio della stanza si infila sotto le lenzuola e consuma lei con Marke le nozze di Isotta, poi avviene nuovamente lo scambio e Isotta si sostituisce a Brangania e l’indomani Marke appurerà la verginità della sua sposa (così crede). Chretien, predecessore di Gottfried, ci tiene invece a dire che Enide è bella, pura e casta, vergine e non si sottrae al suo primo incontro né viene sostituita, il suo amore, il suo desiderio e la passione sono sinceri! Chretien sottolinea come ogni “gioco” sia una fonte di maggior desiderio ed amore, il feedback positivo del piacere che culmina nell’amplesso è descritto come un rito iniziatico, quello che in epoca medievale trasformava la fanciulla in donna; la fanciulla era tale anche dopo la pubertà, diveniva donna solo dopo questo rito. Il loro primo gioco d’amore è fatto di baci, dice Chretien, il bacio secondo i sessuologi è qualcosa di estremamente erotico, anzi, è fondamentale per i preliminari, anche antichissimi testi, che certamente in epoca medievale sarebbero potuti finire nel libro nero dei proibizionismo, come il Kama-sūtra ne confermano l’importanza. Se Chretien avesse o meno avuto un qualche contatto con questo libro, diciamo, proibito non ci è dato saperlo, ma possiamo ipotizzare che non sia del tutto impossibile una cosa del genere; il testo indiano è del VI sec d.C. e potrebbe essere giunto in Europa, nell’Europa del Medioevo grazie agli scambi commerciali tra India ed Impero Romano, poi probabilmente tra India e Bisanzio. Il Medioevo di cui fa parte Chretien, specie presso le corti francesi è molto affezionata agli argomenti di natura erotica, Eleonora d’Aquitania viene più volte trasformata in creature sensuali e perverse, come direbbe Jean Markale, in dee e fate il cui incontro con i comuni mortali è quasi sempre di natura sessuale. Un’altra possibilità è che Chretien possa essere venuto in contatto con Scuola Medica Salernitana, in particolare con testi riguardanti gli studi sulla sfera femminile, anche sessuale. I testi di cui abbiamo parlato erano stati scritti da donne, donne note anche come Mulieres Salernitanae, tra cui ricordiamo Trotula de Ruggiero che si occupò della donna gravida e della puerpera, specie per quanto riguarda le malattie e possiamo considerarla una delle prime donne a praticare ostetricia e ginecologia. Con una buona dose di conoscenze e anche di coraggio Chretien ci guida a contemplare il momento fatidico della trasformazione: Enide sopporta ogni cosa per quanto dolore le possa provocare e, prima che si sia levata, ha perso il nome di fanciulla: al mattino è dama novella.
          Non si parla di sangue o di altri fattori che potrebbero dare fastidio, si dice solo che l’atto provoca dolore ma è un dolore reso sopportabile da altri fattori come la gioia, la felicità e il piacere, il piacere di cui non si parla ma che si sa che esiste; non è un fantasma o un’ombra, è qualcosa che è vero, reale e soprattutto è una cosa così intima che Chretien non va oltre nei dettagli, si ferma e ci da le informazioni che ritiene giusto darci, quasi fosse qualcosa di più di una storia a metà tra fantasia e realtà, c’è molto di più. Forse qualcosa di personale, cerca di non tradirsi, forse è un peccato carnale che per uno come lui era cosa assai grave, dato che si suppone che fosse un chierico, quindi un ecclesiastico; anche se per il suo tempo esistevano già i chierici laici, cioè persone che avevano avuto la fortuna di poter studiare senza però prendere i voti. Quanto ad Erec, di lui non ci dice niente per quanto riguarda quella sfera…il chè non ne fa certo una verginella di periferia derisa da tutti gli stalloni del regno; a differenza della donna, per l’uomo non è possibile stabilire la verginità e non sarebbe difficile credere che prima di questa donna Erec possa aver giaciuto con altre, come era del resto costume per il suo tempo, lo stesso in cui vivere Chretien, il Medioevo. La castità del cavaliere è una caratteristica che deve ancora formarsi, ma le premesse però ci sono: Erec pensa più ai campi di battaglia ed ai tornei, alla gloria ed all’onore che non alle grazie delle donne e si dona solo ad Enide per la quale prova amore profondo e sincero. Il racconto è scritto e trasmesso in modo che vengono a galla non solo i sentimenti e le emozioni della protagonista che si appresta a trasformarsi, ma forse anche qualche segreto di Erec, forse il nostro protagonista è alla sua prima esperienza sessuale perché il “gioco dell’amore” inizia proprio con i baci e non subito con l’atto; è una danza lenta, ipnotica ma sempre più frenetica, scandita dal ritmo di un cuore che come un tamburo ha rulli sempre più forti e toni alti; come presso le antiche tribù celtiche descritte anche dalla Marion Zimmer Bradley [13], quando la terra e l’uomo si ricongiungevano in una cosa sola. Ci hanno insegnato a pensare che il sesso nel Medioevo fosse una cosa violenta, senza sentimento, senza amore, senza desiderio e passione, una cosa istintiva come se l’essere umano fosse una bestia priva di virtute e conoscenza [14] che si accoppia con cani e porci; ci hanno insegnato un Medioevo in cui uomini e donne si sposavano senza conoscersi e subito trac: a letto e in due minuti è fatta, se ne riparlava forse dopo nove mesi. Il fatto che Chretien ci parli di preliminari fa pensare ad un’iniziazione di entrambi i nostri protagonisti, un’iniziazione che non spaventa e infatti Enide è resa più ardita dall’amore che intercorre tra loro: non prova alcun timore, mentre il luogo comune vuole che spesso la prima esperienza per la donna sia influenzata dalla paura del dolore fisico della deflorazione, cosa che certo non aiuta dal punto di vista psicologico per il raggiungimento del piacere totale e si richiama un altro brutto luogo comune, oggi sfatato per la maggior parte delle donne, secondo cui la donna non deve provare piacere: deve giacere e procreare, punto. Il Medioevo in cui il sesso era solo riproduttivo e non ricreativo è lungi dall’essere vero, perché la sessualità era fondamentale non meno di oggi per il primo obiettivo, quello della riproduzione, ma veniva praticato anche a scopo ricreativo e molto più che per scopo procreativo; non è un caso che siano nati i romanzi del fin amour, non è un caso che in questi romanzi il tema del sesso sia quello più evidente, anche se magistralmente mescolato e celato in modo che solo degli “eletti” possano scoprirlo. Il tradimento nei romanzi arturiani altro non è che una ricerca del benessere psico-fisico per mezzo del sesso ricreativo; Ginevra lo faceva con Lancillotto, Artù era troppo lontano dall’essere un amante virile e passionale, troppo dentro al suo mondo di ideali che spesso o quasi sempre allontanavano dalle passioni e quindi dal desiderio sessuale. Forse nel Medioevo non avevano internet ed i blog gestiti da sessuologi e medici che ti dicevano “fare l’amore è utile alla salute”, specie perché in presenza di scarsa igiene il rapporto sessuale era un potenziale veicolo per malattie come la sifilide; non c’erano medici a controllarti anche se grazie alle conoscenze della Scuola Medica Salernitana alcuni tabù erano stati eliminati, la gente forse non teneva i giornalini sotto al cuscino né il grande testo indiano del Kama-sūtra, ma le donne e gli uomini sapevano cosa volesse dire essere amanti sensuali e passionali, l’uomo sapeva cosa fosse la virilità e non dobbiamo pensare a quei soldati e cavalieri che nelle taverne si trasformavano in maiali, dobbiamo pensare a personaggi come noi, magari alcuni di alto rango perché no, che in quei momenti sapevano cosa volevano e come fare per averlo quando la donna era l’amante, quando la donna si trasformava in una creatura sensuale a cui l’uomo non si poteva negare.
          Dopo le nozze e la consumazione ricomincia il tram-tram del cavaliere: tornei e duelli e la gloria che aumenta a dismisura, poi Erec inizia a sentire nostalgia di quella cosa che in breve diventa il suo unico impiego: il sesso e così comincia anche a divenire lo zimbello di tutti, almeno questo diverrà il grande timore di Enide che pur amando tanto Erec, capisce che il tempo che lui passa con lei rischia di lederne l’onore di principe.

          Erec ama Enide di un così grande amore che perde ogni interesse per le armi e non prende più parte ai tornei. Le giostre non lo attraggono più: vuole solo vivere nell'amore per la moglie, di cui ha fatto la propria amica e la propria amante. Ha riposto ogni intento nell'abbracciarla e nel baciarla, e nessuno dei due prova piacere per alcun’altra cosa. I suoi compagni ne sono addolorati e si lamentano spesso che egli l’ami troppo. Sovente è trascorsa la metà del giorno senza che Erec abbia lasciato il fianco della sposa: gli piace portarsi in tal modo, a dispetto di tutti. Si allontana ben poco dalla moglie, ma non per questo ha cessato di elargire doni ai propri cavalieri: armi, abiti o denari. Non vi è luogo in cui si tenga un torneo in cui egli non li invii riccamente corredati e abbigliati. Senza badare a spese, regala loro destrieri freschi per i tornei e per le giostre. Tutto il baronaggio diceva ch’era una grande pena e un vero peccato vedere un cavaliere valoroso com’egli soleva essere rifiutare di portare le armi. Ed era tanto biasimato da tutti dai cavalieri come dai sergenti, che Enide li sentì dire che il suo signore stava diventando imbelle nelle armi e in cavalleria, e che la sua vita era grandemente mutata. Ne provò un profondo dolore, ma non osò palesarlo, poiché temé che il marito, se glielo avesse detto, la prendesse in mala parte sin d all’inizio. Non gliene aveva ancora parlato, quando avvenne che una mattina si trovassero ancora nel letto in cui avevano goduto un grande piacere; giacevano bocca a bocca e abbracciati come coloro che provano grande amore l’uno per l’altro. Erec dormiva ed ella vegliava. Le venne alla mente quanto molto nel paese dicevano del suo signore, e, a tale ricordo, non poté trattenere le lacrime: ne provò un così grande dolore e una tale pena che, per disgrazia, le accadde allora di pronunciare una parola che in seguito avrebbe considerata follia. Pure, non vi aveva posto alcuna malizia. Cominciò a guardare il proprio signore, dalla testa ai piedi vide il bel corpo e il viso chiaro, e pianse così copiosamente che le lacrime caddero sul petto del marito.



          È un chiaro passo questo in cui non si descrive solo il rapporto di una coppia sposata, ma il rapporto di una coppia di amanti, due amanti che mescolano continuamente le loro essenze e ne traggono un grande piacere, anche se Chretien dice “avevano goduto un grande piacere; giacevano bocca a bocca e abbracciati come coloro che provano grande amore l’uno per l’altro”. È evidente che questo passo parla di un aspetto della vita di coppia che non solo non si trova nei libri di storia, ma che raramente uno storico ammetterebbe come probabile realtà della vita privata e della sfera intima di un cavaliere del Medioevo. La frequenza dei rapporti, specie nelle case regnanti in epoca medievale, era proporzionale spesso al bisogno di sfornare eredi, perdonate questo termine che pare quasi una oscena volgarità, ma è così e ne troviamo una conferma nei manuali e nei trattati lasciatici dalla stessa Trotula de Ruggiero, di cui abbiamo detto prima.

          Hoc faciasr quousques predicta sinthomata remittanturt, et eam bis uel ter faciasu coire in ebdomada, quia sic cicius poterit impregnari.
          se vuoi che resti incinta, dovrai farle avere amplessi per due o tre volte a settimana, poiché è così che essa sarà più capace di restare gravida”. [15]

          È ovvio che Erec ed Enide non hanno in mente al momento di concepire figli, piuttosto di divertirsi, ma è anche vero che a quei tempi non esistevano contraccettivi né altre forme di prevenzione da gravidanze indesiderate e quindi anche se Chretien non ce lo dice e non dice nulla riguardo alla possibilità che Enide rimanga incinta, è più che ovvio che questi due amanti hanno in mente di tutto fuorché una discendenza. Il divertimento però si ritorce contro di loro perché Enide comincia a temere che le voci che ha sentito su Erec gli porteranno gran danno ed è tremendamente indecisa se dirlo o no al marito che sicuramente conosce l’opinione pubblica, ma non se ne cura, elargisce doni e non bada a spese, ma ha ormai da tempo abbandonato le armi classiche per passare ad altri campi di battaglia. L’onore però è in gioco ed Enide si sente responsabile della possibile disgrazia del marito e sente il bisogno, il dovere di dirglielo, ma teme le verrà anche a lei gran danno. Nel suo intento non vi è malizia, proprio perché ama così tanto il marito non vuole essere la causa della sua rovina. E così si decide a parlare, ma come già anticipa l’autore, le verrà gran danno e si darà della pazza.

          Una prova di amore e fiducia: l’ira di Erec

          Segue il dialogo di Erec ed Enide:

          «Ahimè!» esclamò piangendo. «Come fui sventurata! Così venni a cercare qui dal mio paese? Sarebbe meglio che la terra mi inghiottisse, dal momento che il migliore dei cavalieri, i più ardito, il più fiero, il più leale, il più cortese tra tutti i conti o i re, ha trascurato per me ogni cavalleria! Dunque è vero eh l’ho disonorato; eppure non avrei voluto farlo per tutto l'on del mondo!»
          Poi gli disse: «Amico, come fosti sventurato!»
          Dopo di che tacque, e non pronunciò altre parole. Erec, eh non dormiva profondamente, udì la voce nel sonno. La parola lo svegliò ed egli si stupì grandemente nel vedere Enide piangere tanto forte. Così le chiese:
          «Ditemi, dolce e cara amica, perché piangete in tal modo Cosa vi provoca collera o dolore? Voglio sapere il vero, e lo conoscerò. Mia dolce amica, ditemelo, e guardatevi dal nasconderlo: perché diceste che fui sventurato? Lo diceste per me, non certo per altri. Ho udito bene la parola che pronunciaste.»
          Allora Enide ne è molto confusa e ne prova grande timore e turbamento.
          «Signore» dice «non so nulla di quanto affermate.»
          «Signora, perché cercate di negare? Dissimulare non vi giova: vedo bene che avete pianto, e voi non piangete per nulla. Ho ben udito la parola che pronunciaste tra le lacrime.»
          «Ah, bel signore, non l’udiste mai! Credo proprio che sia stato un sogno.»
          «Ora mi volete somministrare una menzogna; vi sento mentire apertamente. Ma vi pentirete troppo tardi, se non mi rivelate ora la verità.»
          «Signore, poiché tanto mi sollecitate, vi dirò il vero. Non ve lo nasconderò oltre, eppure temo che vi recherà dolore. In questo paese, tutti, biondi, bruni e di pelo rosso, dicono che è un grande peccato che voi trascuriate le armi. La vostra fama ne è grandemente umiliata. L’anno passato non v’era uno che non solesse ripetere che nel mondo non c’era un cavaliere migliore né più prode di voi, e non vi era un vostro pari in alcun luogo. Ora tutti, i giovani come i vecchi, i deboli come i potenti, si fanno scherno di voi e vi chiamano imbelle. Credete ch’io non provi pena nel sapere che siete tanto disprezzato? Ciò che si dice mi addolora molto, ma il mio maggiore affanno è che rimproverano me: soffro per il biasimo che ricevo, perché tutti dicono che vi ho sì ben catturato e messo in trappola che voi ne perdete il valore, e non volete più occuparvi di null’altro. Ora dovete prendere consiglio su come soffocare tali critiche e riacquistare il vostro buon nome; troppo vi ho sentito biasimare. Non osai mai renderlo palese, ma spesso, quando vi torno col pensiero, il tormento mi induce alle lacrime. Oggi ne ho provato una tale pena che non sono riuscita a trattenermi: per questo ho detto che foste sventurato.»
          «Signora» dice Erec «fu a buon diritto; e sono nel giusto anche coloro che mi biasimano. Ora preparatevi subito e apprestatevi a montare a cavallo. Alzatevi, indossate la veste più bella e fate sellare il vostro palafreno migliore.»
          Ora Enide è colta dal timore. Si leva triste e pensierosa. Biasima e rimprovera solo se stessa per la folle parola che ha pronunciata: a forza di grattarsi, la capra si riduce a mal partito!
          «Ah!» esclama. «Sciocca e malvagia! Stavo troppo bene e non mi mancava nulla! Ah, meschina, perché fui tanto meschina da pronunciare una simile follia? Dio, forse il mio signore non mi amava abbastanza? Me sventurata, mi amava troppo in vero! E ora devo andare in esilio. Ma ciò per cui provo maggiore pena è che non vedrò più il mio sposo, che mi amava in tale misura che nulla gli era più caro. L'uomo migliore che mai fosse nato si era tanto preso cura di me che non si curava di nient’altro. Non mancavo di nulla, e la mia felicità era grande, ma quando pronunciai simile oltraggio l'orgoglio si era impossessato me! È giusto quindi che sia colpita nell’orgoglio: non conosce il bene colui che non fa prova del male!»

          In teoria potremmo dire che anche se Chretien non ha posto qui la fine della seconda parte, di fatto è qui che la seconda parte finisce perché qui inizia lo screzio tra i due sposi che si riuniranno solo alla fine del romanzo. Per buona parte della seconda parte del romanzo così come Chretien lo ha diviso, Erec inizia una serie di avventure e di scontri per aumentare la sua gloria e ripristinare il suo onore, in un certo senso per far vedere che l’amore non gli ha tolto niente, men che meno forza, vigore e onore. Vi voglio risparmiare la serie di lacrimazioni e piagnistei che in tutto il reame di Erec si spargono per la sua partenza, che rischia di essere anche la sua dipartita. Si tratta probabilmente di un’esagerazione che Chretien ha voluto fare, forse ridicolizzando così un po’ anche le monarchie ed il fanatismo della cavalleria, intesa come classe che mira alla gloria e non alla santità.
          È all’inizio di questo viaggio tortuoso e pericolosissimo che Erec minaccia Enide di non parlargli se non quando sarà lui a darle il permesso, ma Enide più volte infrangerà questo divieto e questo ordine per avvertire il marito e salvargli la vita. Per salvargli la vita userà anche l’astuzia femminile quando un conte fellone e traditore fingerà ospitalità ai due sposi e vedendo come Erec tratta la moglie, decide di corteggiarla e la ricatta che se non sarà sua la ucciderà insieme al marito. L’episodio è bene citarlo perché degno di nota:

          Il conte offre e prega Erec che gli consenta di ripagarlo d ogni spesa, ma egli non accetta e dice che ha abbastanza di spendere, e che non ha bisogno di attingere ai suoi beni Parlano a lungo di diversi argomenti, ma il conte non cessi mai di guardare dall’altra parte: ha notato la dama e, per li sua bellezza, ha appuntato in lei ogni pensiero. La guardi molto a lungo; l’ammira, e tanto gli piace che è preso d’amore per la sua avvenenza. Chiede a Erec con gran giri di parole i permesso di parlarle.
          «Signore» dice «vi domando licenza, e spero che non vi si; molesto, di farmi sedere per cortesia e per diletto accanto ; quella dama. Venni con buon intento a rendere visita a entrambi, e voi non dovete sospettare alcuna malizia. Vogli mettermi al servizio della dama per ogni cosa di cui possa avere bisogno. Ma sappiate bene che farò quanto le aggrada, solo per amor vostro.»
          Erec non è affatto geloso, né sospetta inganni.
          «Signore» dice «non mi dispiace. Vi concedo di parlare e d scherzare con lei. Credete, non mi è di alcuna molestia, e 1 consento volentieri.»
          Enide sedeva distante dal marito tanto quanto son lunghe due lance; il conte prende posto accanto a lei su uno sgabello basso, ed ella, che era molto assennata e cortese, si volge dalla sua parte.
          «Ah» esclama il conte «quanto mi è penoso che voi viaggiate in così povero equipaggio! Ne provo grande dolore e pena. Ma se voleste credermi, potreste avere onore e profitto, e ve ne deriverebbe grande vantaggio. Alla vostra bellezza si convengono nobile rango e potente signoria. Se vi piacesse, farei di voi la mia amica, e voi ne trarreste ogni convenienza: sareste la mia amica diletta, e signora di tutta la mia terra. Non dovete respingermi, poiché mi degno di richiedervi d’amore. Vedo bene e comprendo che vostro marito non vi ama e non vi tiene in pregio. Se rimaneste con me, potreste invece esservi unita a un buon signore.»
          «Signore, vi adoperate per nulla» risponde Enide «poiché non è possibile. Ah, preferirei non essere mai nata o essere arsa su un fuoco di spine di cui poi fosse dispersa la cenere, piuttosto che mancare in alcun modo al mio signore, o anche solo pensare fellonia o tradimento! Avete commesso una malvagità troppo grande richiedendomi di una cosa simile: non la farei in alcun modo!»
          Il conte comincia ad infiammarsi.
          «Non vi degnate di amarmi, signora?» dice. «Siete troppo orgogliosa. Non consentireste alla mia volontà né per lusinghe né per preghiere? È ben vero che le donne si inorgogliscono quanto più le si prega o le si blandisce. Chi le disonora e le oltraggia, spesso le trova meglio disposte. Io vi prometto invero che, se non farete a mio talento, saranno tratte le spade: farò uccidere qui stesso il vostro signore davanti ai vostri occhi, che sia a torto o a ragione!»
          «Signore» dice Enide «potete far meglio di come dite: se l’uccideste subito, sareste troppo fellone e traditore. Ora, bel signore, calmatevi; farò come volete. Potrete prendermi per vostra: vi appartengo e voglio essere vostra. Le mie parole non furono dettate dall’orgoglio. Volevo sapere e provare se in voi era amore sincero. Non vorrei che commetteste simile tradimento per nessun prezzo. Il mio signore non diffida di voi: se l’uccideste in tale modo commettereste una grande malvagità, e il biasimo ricadrebbe su di me. Nel paese direbbero tutti che avete agito dietro mio consiglio. Pazientate fino al mattino, quando il mio signore si vorrà alzare; allora potrete nuocergli meglio, senza riceverne biasimo o rimprovero.»
          La bocca non dice quel che pensa il cuore.
          «Signore» aggiunge Enide «ora abbiate fiducia in me. Non siate troppo impaziente, e domani mandate qui i vostri cavalieri e i vostri sergenti e fatemi rapire a forza. Il mio signore è molto fiero e coraggioso e vorrà difendermi, che prenda la faccenda in scherzo o seriamente. Allora fatelo catturare e porre a mal partito, o fategli mozzare la testa. Ho condotto troppo a lungo questa vita e, non vi voglio mentire, non amo affatto la sua compagnia. Credetemi: vorrei già essere in un letto con voi nudo, contro il mio corpo nudo. Poiché così stanno le cose, potete essere ben sicuro del mio amore.»
          «Bene, signora» risponde il conte «siete nata fortunata: io veglierò su di voi con ogni riguardo!»
          «Signore» ella dice «ne sono certa. Ma voglio la vostra parola che mi terrete sempre cara, altrimenti non vi presterò fede.» Il conte risponde lieto e gioioso: «Eccola, signora: impegno lealmente la mia parola dicendovi che vi procurerò ogni agio. Non abbiate alcun timore: tutti i vostri desideri saranno esauditi.»
          Enide se ne è fatta dare promessa formale, ma poco importa e poco la stima: è solo per salvare il proprio signore. Ha saputo bene inebriare il briccone con le parole, poiché ha posto ogni intento: preferisce di gran lunga mentire piuttosto che lasciare che il marito sia fatto a pezzi!
          Il conte si alza, la raccomanda cento volte a Dio, ma poco gli varranno le promesse che le ha fatte!
          Erec non ha alcun sospetto che essi stiano complottando la sua morte, ma Dio potrà ben venirgli in aiuto, e credo lo farà. Ora Erec è in grande pericolo e non pensa a tenersi in guardia: il perfido conte progetta di togliergli la moglie e di ucciderlo a tradimento. Falso com’è prende congedo da lui.
          «Vi raccomando a Dio» dice.
          «Signore, e io a voi» risponde Erec.
          Così si separano.
          Era già trascorsa gran parte della notte. A terra, in camera appartata, erano stati approntati due letti. Erec va a coricarsi in uno, Enide nell’altro: era tanto triste e adirata che non prese sonno per tutta la notte. Vegliò sul proprio; signore, poiché conosceva il conte quanto bastava per capire fino a che punto fosse pieno di fellonia. Sapeva bene che se si fosse impadronito di Erec, non avrebbe mancato di ridurlo a mal partito, ed egli avrebbe potuto essere certo di morire: timore non la lasciò un solo momento e la fece vegliare l’intera notte. Ma se ella riuscirà a convincere il marito e si metteranno in viaggio prima di giorno, sì che il conte verrà per niente e non prenderà mai né lei né lui.
          Fiducioso, Erec dormì a lungo per tutta la notte, finchè il giorno fu prossimo a spuntare. Allora Enide credette con paura di aver atteso troppo. Si vestì e si preparò con il cuore colmo di tenerezza, come dama leale e buona che non nasconde né doppiezza né falsità; poi si avvicinò a Erec e lo svegliò.
          «Ah, signore» disse «mercé! Alzatevi subito: siete ingannato senza vostra colpa e senza alcun motivo. Il conte si è rivelato un traditore e, se vi troverà qui, non riuscirete a scampare prima che egli vi abbia fatto fare a pezzi. Vuole me, e per questo vi odia; ma, se piacerà a Dio la cui bontà non ha misura, non sarete né catturato né messo a morte. Se io non avessi promesso al conte che sarei stata sua moglie e amica, egli vi avrebbe ucciso già ieri sera. Lo vedrete giungere presto: vuole rapirmi e trattenermi con sé, e intende uccidere voi, se vi potrà trovare.»
          Ora Erec ben conosce la lealtà della moglie!
          «Signora» dice «fate sellare subito i cavalli e ordinate che sia svegliato l’oste; ditegli che venga qui. Il traditore è già all'opera.»

          Si ripropone il tema del tradimento, ad Enide è offerta una proposta di tradimento, potrebbe vendicare l’offesa che Erec le ha fatto maltrattandola così duramente, come una serva quando lei voleva solo il suo bene; il diavolo le pone il peccato del tradimento su un vassoio d’argento, il conte fellone è disposto al tradimento per questa donna per la quale prova solo un desiderio sessuale molto forte, ma non la ama. Si richiama così la storia del ciclo arturiano del concepimento di Artù: Gorlois è il duca di Cornovaglia e sua moglie è Lady Igraine, madre di Morgana; dopo una sanguinosa guerra tra Uther e Gorlois, i due fanno pace ma quando Uther vede Igraine non esista a chiedere l’aiuto di Merlino per farlo giacere, con inganno con lei. Merlino acconsente a patto (secondo alcune versioni della leggenda) che il frutto della sua lussuria sarà suo e Uther accetta, così dà ad Uther l’aspetto di Gorlois, dopo che questi è invero rimasto ucciso da Uther stesso; Uther in falsa sembianza giunge ad Igraine che giace con lui credendolo il marito; solo l’indomani il trucco si svela e Igraine però ha già concepito il Grande Re. La situazione di questo romanzo di Chretien è circa la stessa, ma Enide desiste, conscia però che per salvare il marito e anche se stesa deve fingere di essere accondiscendente e così vende al conte parole da mercante, temporeggiando. Arriva la notte ed Erec ed Enide si ritirano, ma Enide non riesce a prendere sonno e sveglia Erec per avvisarlo, in tal modo lui può ben vedere come la moglie lo ami e i due fuggono in tempo, ma il conte li ha scoperti, ha scoperto l’inganno e vuole vendetta, così li insegue e poco dopo si ha un feroce scontro che si conclude con la vittoria di Erec e la sconfitta del conte fellone a cui Erec ha risparmiato la vita, ma gli ha tolto l’onore.

          L’amore ed il perdono: il valore di un cavaliere

          Seguono altri diversi scontri che finiscono per ridurre Erec, di volta in volta, sempre più ferito e moribondo, ma qui si fa vedere il valore di un cavaliere, anche a costo della morte, Erec si vuole riscattare per mostrare come l’amore non sia un’onta di disonore. Questo ci da un’idea molto chiara di come fosse ardua e spietata la lotta, per un cavaliere, nel gestire vita privata e vita pubblica, quasi che le due fossero due cose assolutamente incompatibili tra di loro. Spesso le tenzoni sono descritte come di uno spettatore presente, quasi fossimo allo stadio o sul ring e questo significa che Chretien doveva aver partecipato come spettatore presso diverse corti importanti, regali a tornei e giostre oltre che combattimenti corpo a corpo, per cui ne risultano ottime descrizioni che coinvolgono il lettore come lo scrittore. È quasi classica la scena dell’innamorato steso a terra, tutto sporco e sanguinolente se pur trionfante che giace tra le braccia dell’amata che lo piange già come se fosse morto.

          Quando Enide lo vede a terra, il suo dolore è immenso; ciò che scorge la riempie di angoscia, ed ella corre verso Erec senza nascondere la propria pena. Leva alte grida e si torce le mani, si lacera le vesti sul petto sì che non ne rimane più neanche un brandello; prende a strapparsi i capelli e a graffiare il tenero viso. «Ah, Dio!» esclama. «Bello e dolce Signore, perché mi lasci vivere tanto? Morte, uccidimi dunque, te ne do licenza!»
          Poi sviene sul corpo del marito. Quando riprende i sensi si muove aspri rimproveri.
          «Ah» dice «sventurata Enide, sono l’assassina del mio signore! La mia follia lo ha ucciso! Sarebbe ancora vivo se, nella mia tracotanza e sconsideratezza, non avessi pronunciata la parola che l’ha condotto a questo punto. Un buon tacere non nuoce ad alcuno, ma spesso la parola porta sventura. Ho ben provato e fatto esperienza in molti modi di questa verità!»
          Si è seduta accanto a lui, gli ha preso il capo in grembo, e riprende a gridare il proprio dolore.
          «Ahimè, signore! Come fosti sventurato! Non avevi alcuno che ti fosse pari: la bellezza si era specchiata in te, la prodezza si era messa alla prova, la saggezza ti aveva donato il proprio cuore, la liberalità, senza cui nessuno ha grande merito, ti aveva incoronato. Ma cosa ho detto? Ho commesso un errore troppo grave pronunziando la parola da cui il mio signore ha ricevuto la morte, la parola mortale e avvelenata che si dovrà volgere a mia vergogna. Riconosco e ammetto che nessuno, salvo me, ha colpa. Solo io ne devo essere biasimata!»
          Poi cade svenuta di nuovo e, quando si riprende, leva grida più forti ancora:
          «Dio, che farò? Perché vivo tanto? Cosa aspetta Morte, cosa attende? Perché non mi afferra senza altro indugio? Ma la morte mi disprezza troppo per degnarsi di uccidermi. Bisogna che io prenda da sola vendetta per il mio misfatto. Dunque morrò, per quanto poco possa piacere a Morte che non vuole aiutarmi. Non posso morire solo perché lo voglio, e a nulla mi varranno i lamenti: è giusto che la morte del mio signore sia vendicata dalla spada che egli ha cinto. Non dovrò più sospirare la morte, né augurarmela o pregarla.»
          Ha tratta la spada dal fodero e prende a contemplarla. Ma Dio, nella sua grande misericordia, la fa indugiare un poco. E mentre ella riporta alla mente il proprio dolore e la propri ventura, ecco giungere al galoppo un conte con un grane seguito di cavalieri: aveva sentito da lontano le forti grida della dama.

          La scena è una vera e propria tragedia, quasi una premessa delle opere che cinquecento anni dopo saranno amate dal pubblico di Shakespeare. Enide è affranta, invoca la morte, invoca la disperazione, si comporta come una pazza isterica senza controllo, in preda all’ira ed alla frenesia del momento. Non mancano gli svenimenti, certamente devono essere una strategia dell’autore perché non sa come continuare la serie di lamentele del suo personaggio e ad ogni svenimento fanno seguito grida sempre più drammatiche e tremende fino alla meditazione del suicidio, ma ecco che Dio interviene, dice Chretien, e fa arrivare un conte che fin da lontano ha udito tali grida di dolore e sofferenza. Questo cavaliere non pensa certo ad aiutare la dama, anzi, la conforta con proposte indecenti promettendole che se ella si concedesse a lui, il marito avrebbe avuto una degna sepoltura, ma noi sappiamo che Erec in vero è ancora vivo. Enide rimane sconvolta da queste proposte di uno sconosciuto e lo intima ad andare via ma quello non demorde e anche a costo di commettere una violenza, decide in un primo momento di prendere con sé la donna e di far caricare su di una barella il ferito, convinto magari poi di liberarsene. Segue una scena ricca di suspense in cui ci sembra di rivivere un film medievale con tanto di quel romanticismo da straziare il cuore:

          «Facciamo subito una barella su cui trasportare il corpo, conduciamo con noi questa dama al castello di Limors [16]. Una volta sepolto il cavaliere, voglio sposarla anche suo malgrado poiché non ne vidi mai una più bella né desiderai tanto una donna. Sono ben lieto di averla incontrata. Ora prepariamo subito e senza indugio la barella che sarà trasportata dai cavalli. Diamoci da fare, bando alle pigrizie!»
          Vengono tratte le spade e in breve sono tagliate due pertiche su cui sono legati di traverso dei bastoni. Poi Erec vi viene adagiato supino e la barella è attaccata a due cavalli. Enide cavalca a fianco senza cessare di dolersi; spesso sviene e cade riversa. I cavalieri che la conducono la trattengono tra le loro braccia.
          Sostenendo e confortando Enide, trasportano il corpo di Erec a Limors, nel palazzo del conte. Dietro a loro è tutto il popolo: dame e cavalieri e borghesi. Hanno posto il corpo disteso su un tavolo rotondo nel mezzo della sala con accanto la lancia e lo scudo. La stanza è gremita e vi è una grande calca. Tutti fanno a gara a domandare cosa siano quei lamenti e quelle meraviglie.
          Intanto il conte riunisce i baroni a consiglio privato.
          «Signori« dice «intendo sposare questa dama senza indugio. Dalla sua bellezza e dalla sua saggezza si può capire che ella è di alto lignaggio. Il suo aspetto e la sua nobiltà mostrano che sarebbe ben riposto in lei l’onore di un regno o di un impero. Non ne sarei quindi umiliato, e credo anzi che ne avrei molto da guadagnare. Fate chiamare il mio cappellano e andate a prendere la dama. Se ella consente a fare a mio talento, le voglio dare in dote metà della mia terra.»
          Allora, come ha ordinato il conte, hanno mandato a chiamare il cappellano e hanno condotto la dama. L’hanno fatta sposare a forza, poiché ella vi si è opposta come ha potuto.
          Pure, il conte la sposò, secondo il proprio piacere. E dopo che l’ebbe presa in moglie, subito il conestabile fece mettere le tavole nel palazzo e approntare il banchetto, ch’era tempo di desinare.
          Dopo i vespri, in quel giorno di maggio, Enide soffriva una profonda pena: non cessava mai di dolersi, mentre il conte la incalzava con preghiere e con minacce perché si calmasse e stesse lieta. Suo malgrado, l’hanno fatta sedere su uno scranno e, che ella lo volesse o no, le hanno posta davanti la tavola. Di fronte a lei siede il conte che, non riuscendo a consolarla, è adirato fino a perderne la ragione.
          «Signora» dice «dovete abbandonare e dimenticare questo dolore; riponete in me la vostra fiducia e ne riceverete onori e ricchezze. Dovete sapere per certo che nessun morto resuscita per il cordoglio che si prova per lui: non si è mai visto accadere. Ricordate da quale povertà vi si è dischiusa ogni opulenza: eravate meschina e ora siete ricca. La fortuna non è avara con voi, poiché vi ha concesso l’onore di essere chiamata contessa. E vero, il vostro signore è morto, e credete forse ch’io sia stupito che ne proviate ira e dolore? No di certo. Pure, vi do il consiglio migliore che conosco: vi ho sposata, dovete dunque essere molto lieta. Guardatevi dal farmi adirare, e mangiate, poiché ve lo ordino.»
          «Signore» ella dice «non me ne curo. Finché avrò vita noi toccherò né cibo né bevanda se prima non vedrò mangiare i mio signore che giace su quel tavolo.»
          «Signora, non potrà mai accadere! Non dite simile sciocchezza, vi si crederà folle! Se vi farete esortare ancora, n riceverete un’amara ricompensa.»
          Enide non tiene in alcun conto la minaccia, e non risponde parola. Allora il conte la percuote sul viso; ella grida, e i baroni eh erano là intorno ne biasimano il conte.
          «Basta, signore!» dicono. «Dovreste vergognarvi per ave battuto questa dama solo perché non vuole mangiare. Avete commesso una grave villania: nessuno potrebbe affermar che abbia torto la dama che si dispera nel vedere morto i proprio signore.»
          «Zitti!» esclama il conte. «La dama è mia e io sono suo perciò farò di lei a mio talento.»
          Allora Enide non può più tacere e giura che non gli apparterrà mai. Il conte alza la mano e la colpisce ancora. Ella gridi a gran voce:
          «Ah, non m’importa quello che dici o fai! Non temo né le tue percosse né le tue minacce. Battimi! Colpiscimi finché vuoi Per quanto feroce tu possa mostrarti, non farò caso a te né tanto né poco, anche se ora tu stesso dovessi strapparmi gli occhi con le tue mani o squartarmi viva! »
          Fra queste parole e questo diverbio, Erec riprese i sensi come uomo che si sveglia. Non è meraviglia se furono sbalorditi nel vedersi tanta gente intorno; ma provò grande dolore e ira quando sentì la voce della moglie. Scese dal tavolo e trasse subito la spada. La collera, unita all’amore che portava alla sposa, gli infuse ardimento. Accorre dalla parte della sala dove si trovava Enide e colpisce il conte in mezzo al capo; senza sfidarlo o pronunciar parola, gli spacca la fronte e il cranio e ne fa sprizzare il sangue e il cervello.
          Ecco, finalmente il colpo di scena: Erec si riprende e senza menar tanto il can per l’aia ammazza a tradimento il suo nemico che gli aveva sottratta la moglie senza tener conto del suo onore, facendola sposare senza considerare oltretutto il tempo del dolore del lutto. Enide è libera e finalmente i due sposi si ricongiungono.
          Il conte è stato ucciso al banchetto, e ora Erec conduce la moglie con sé: l’abbraccia, la bacia e la conforta; la stringe tra le braccia contro il cuore e dice:
          «Mia dolce sorella, vi ho ben messa alla prova! Ora non temete: vi amo più di prima e sono certo e sicuro che il vostro è perfetto amore. Da ora in avanti voglio essere interamente ai vostri ordini, come fui un tempo. E se avete pronunciato una parola d’offesa, vi perdono e vi affranco del tutto, della parola e dell’ingiuria.» Poi la bacia e l’abbraccia ancora. Ora Enide non è certo a disagio quando il suo signore la bacia e l'abbraccia, e la rassicura sul suo amore. Cavalcano nella notte a grande andatura ed è per loro molto dolce che in tanta oscurità la luna splenda chiara.

          Ora capisco cosa mancava ai romantici del Medioevo, da dover tirare fuori tutto lo strazio e le lacrime di quel periodo, da libri vecchi e impolverati; strazio che però non dispiaceva al pubblico romantico e che ancora oggi fa sognare, specie quando a fare da sfondo vi è un paesaggio con una luna splendida e chiara che illumina il buio della notte, il buio dei secoli medievali dove però bastava accendere una torcia perché dalle tenebre emergessero i fantasmi dell’essere umano, le sue emozioni e le sue paure ancestrali. Il lettore non tarda a vedere l’evolversi degli eventi, Erec ed Enide si spostano nella città di Limoges dove vi è un altro cavaliere, Guivret, che li soccorre e permette ad Erec di ristabilirsi dopo che Enide gli ha raccontato la loro avventura. Una volta ristabilitosi Erec è come nuovo e pronto per ricominciare. Allora Chretien da bravo scrittore non manca di dirci, pur con la dovuta cautela, che i due sposi fanno la pace.
          Ora Erec è forte e sano, guarito e ristabilito. Ed Enide è asse felice, colma di gioia e di piacere. Giacciono insieme nello stesso letto, si baciano e si abbracciano, e non v’è cosa che piaccia loro di più. Hanno sofferto tanti dolori e tante pene egli per lei ed ella per lui, che ora hanno fatto penitenza di ogni cosa. L’uno si adopra per piacere all’altra; del resto, è meglio ch'io taccia.
          Ormai hanno dimenticato ogni dolore e rafforzato l’amor che li lega, sì che ricordano appena le prove subite.

          È curioso scoprire che mille anni fa uno scrittore come Chretien, con la sua mentalità, potesse scrivere qualcosa che è quanto mai contemporaneo: il fare l’amore dopo una sonora e furiosa litigata per fare la pace, anche se in questo caso Chretien ci fa capire che non è solo un fare la pace, è una ricompensa per le prove superate da entrambi. Il tema della prova si ripropone: il cavaliere subisce le prove degli avversari che lo sfidano, ma Enide deve affrontare una prova non meno ardua, quella di vincere l’orgoglio che l’ha portata a parlare offendendo il marito, anche se ciò non era nel suo intento. Tra le cose che provocano gravissime liti di coppia anche oggi giorno ci sono i sotterfugi ed i non-detti, il rinfacciare all’altro qualcosa o a volte il mettere in mezzo terzi incomodi che devono fare da messaggeri e complicano solo le cose; qui a fare da messaggero non c’è nessuno, è una questione di coppia e di coppia rimane, con la coppia felice si risolve. In questo caso un terzo incomodo, anzi due, che approfittano della situazione per provarci con la donna, non mancano: il primo parte con le buone e finisce con le cattive maniere; il secondo va direttamente al sodo: o mi sposi o muori. La fedeltà di Enide, che forse era il requisito che Erec voleva più di tutti mettere alla prova, si conferma ogni volta ed Enide preferirebbe morire piuttosto che tradire; solitamente nei romanzi d’amore medievali accade il contrario, il tradimento diventa una via di fuga dal matrimonio combinato e il sesso diventa il solo motorino di questi tradimenti, il solo impulso che dà loro vita. La prova del tradimento è una prova molto dura, necessaria però e Chretien in questo modo ci fa capire come egli condannasse la moda dell’adulterio, frequente ai suoi tempi. L’autore parla di una fedeltà ideale tra due sposi che si amano, tra due amanti che si allontano ma che si rincontrano. Mentre all’inizio della seconda parte il rapporto carnale ed il piacere sessuale erano un rito iniziatico; verso la fine, dopo tutte le prove e la riconciliazione, essi diventano ricompensa generosa e bella per i due protagonisti.



          I due sposi finalmente tornano l’uno tra le braccia dell’altro e come dice anche Chretien: “Giacciono insieme nello stesso letto, si baciano e si abbracciano […]. L’uno si adopra per piacere all’altra; del resto, è meglio ch'io taccia.”, cosa aggiungere quando al lettore è già chiaro da un pezzo cosa sia il “resto”? Cosa aggiungere a questa gioia idilliaca che i due sposi ed amanti provano? L’autore ci evita descrizioni che per il lettore potrebbero essere non fonte di piacere e condivisione delle emozioni dei protagonisti, bensì un’impudicizia, un fastidio che rovinerebbe perfino la cosa in sé. In questo rapporto, lo scambio di baci, abbracci e piacere altro non è che la ricompensa dell’uno per l’altra e viceversa perché Erec ha ora la prova che lei lo ama e lo tiene in gran conto, che tiene a lui ed al suo onore, ma non solo: lei gli sarà sempre fedele. Enide invece ha la prova di aver saputo affrontare il proprio orgoglio, ha la prova di essere degna di lui e che lui la ama veramente e non la considera un semplice arredo al proprio patrimonio, considerando che lui l’ha avuta e sposata povera, ma lei a breve diverrà regina.
          Qui finisce la seconda parte del romanzo, nella terza vedremo l’incoronazione che non sarà solo un semplice evento mondano, ma tutt’altro e qui ci saranno altre simbologie ed elementi importanti per capire il mondo medievale di Chretien, un modo arcano e misterioso e al contempo così vicino a noi da poter dire che quella realtà è ad un palmo dalla nostra.

          Fonti bibliografiche

          The Trotula, A Medieval Compendium of Women's Medicine - Monica H. Green. University of Pennsylvania ed., 2001
          Erec ed Enide. Chretien de Troyes. A cura di G. Agrati, & M. Magini, A cura di - Milano: Mondadori. 1983

          Note


          [1] Locrino (1125 – 1105) è un re leggendario dei britanni ricordato dalla Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth. Figlio più anziano di Bruto, discendeva dai troiani attraverso Enea. Regnò su quella parte della Britannia chiamata Loegria. Regnò per dieci anni, la maggior parte dei quali furono pacifici. Alleatosi con il fratello Kamber, vendicò l'altro fratello, Albanatto, ucciso da Humber l'Unno. Lo scontro avvenne sulle rive di un fiume, dove Humber annegò. Dopo la battaglia, al fiume fu dato il nome di Humber. Prese Estrildis, figlia del re dei germani, che era stata catturata dagli unni. Ciò fece infuriare Corineo, un alleato di suo padre Bruto, che aveva combinato il matrimonio tra Locrino e la figlia Gwendolen. Locrino accettò questo sposalizio, ma restò segretamente innamorato di Estrildis. Dalla moglie ebbe un figlio, Maddan, mentre Estrildis gli diede una figlia, Habren. Locrino mandò il figlio presso il nonno Corineo. Quando quest'ultimo morì, Locrino lasciò Gwendolen e prese come sua regina Estrildis. La moglie ripudiata si recò in Cornovaglia, dove mise insieme un esercito per vendicarsi del marito, che morì in battaglia presso il fiume Stour. Gwendolen regnò al suo posto.
          [2] Vedi sopra, il castello di Swansea
          [3] Secondo alcuni Colchester è la più antica città inglese dai tempi dei romani. Camulodunum era il nome dell'antica fortezza legionaria della provincia romana della Britannia, che corrisponde all'odierna città inglese di Colchester. Era posizionata nel territorio dell'antica tribù celtico-belgica dei Trinovanti. Il suo nome deriva dal celtico "Camulodunon", che significa "la Rocca di Camulos" (dove Camulos rappresentava il corrispettivo celtico del dio romano della guerra, Marte). Colchester ha anche un castello costruito in epoca normanna (XI secolo) e aveva anche un’abbazia benedettina dedicata a S. Giovanni. Il personaggio citato non risulta essere stato un personaggio storico.
          [4] Questo personaggio pare essere stato partorito dalla fervida fantasia di Chretien in quanto perfino nel dizionario il suo nome è sconosciuto, ma è conosciuto appunto come il signore della Montagna Alta.
          [5] Garras di Cork, in francese Corque
          [6] Anche di questo personaggio non si conosce nulla.
          [7] Noto anche come flauto traverso, si tratta di uno strumento che viene suonato a fiato, ma non viene tenuto dritto durante l’esibizione, bensì traverso rispetto al labbro. È uno strumento presente nella musica medievale, con un suono simile a quello del flauto classico, ma come un tono più freddo.
          [8] È uno strumento musicale a corde suonate con un arco, della famiglia della ribeca, forse derivata dalla lira ad arco. La forma dello strumento è una cassa armonica piatta, con due feritoie a “C” ed un fondo a pera e dall’altra estremità c’è un manico sul quale ci sono i piroli per accordare. È proprio dal nome di questo strumento che sembra provenire il termine tedesco geige che oggi significa violino. Il suo periodo di diffusione è cominciato nel Medioevo ed è continuato nel Rinascimento e nel Barocco riducendo progressivamente le proprie dimensioni, fino a trasformarsi nella minuscola pochette, che, come dice il nome, era uno strumento ad arco da tasca.
          [9] È un altro probabile antenato del violino moderno. È uno strumento musicale a corde del Medioevo. In un'accezione più ampia, con il termine "viella" (o il suo sinonimo fidula, o, ancora, liuto ad arco) si indica una famiglia di cordofoni a corde sfregate, simili a quello europeo e diffusi in varie parti del mondo, quali l'Asia o il mondo arabo-islamico.
          [10] La piva o piva emiliana è una cornamusa italiana in uso nell'Appennino parmense e piacentino. Nel Piacentino si diffuse prevalentemente nelle valli del Nure e dell'Arda, mentre nelle restanti vallate prese piede l'utilizzo della müsa. L'uso di questo strumento venne abbandonato nel periodo immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale. Era uno strumento solista usato prevalentemente per il ballo. Dagli anni ottanta del secolo scorso è iniziato un recupero dello strumento ad opera di numerosi gruppi musicali attivi nel Modenese e in altre zone dell'Emilia-Romagna. Trattandosi di uno strumento italiano e di invenzione italiana viene da chiedere se prima o durante la composizione dell’Erec ed Enide Chretien non abbia visitato le nostre zone.
          [11] Antico strumento musicale pastorale, tubiforme, da non confondere con la patologia dell’apparato genitale maschile.
          [12] La bùccina è uno strumento musicale appartenente al gruppo degli ottoni, usato nelle fanfare delle legioni dagli antichi romani. Essa era originariamente un cilindro stretto, lungo circa 3 metri e mezzo. Veniva suonato soffiando in una imboccatura. Il tubo era ripiegato a forma di un'ampia "C" ed era rinforzato con una barra che collegava le curve e che serviva per l'impugnatura del suonatore stabilizzandone l'uso e il movimento. Veniva messa a tracolla del suonatore e si appoggiava alla spalla. La buccina era usata per le segnalazioni negli accampamenti durante la notte e per altri numerosi motivi. Potrebbe essere stato uno degli antenati del moderno trombone.
          [13] Le Nebbie di Avalon, M.Z. Bradley
          [14] Dante, Inferno Canto XXVI, (vv. 112-120), incontro con Ulisse
          [15] The Trotula, A Medieval Compendium of Women's Medicine - Monica H. Green. University of Pennsylvania ed., 2001
          [16] Limoges, non sappiamo come mai i traduttori hanno usato questo nome piuttosto che l’originale, mentre nei testi in lingua inglese viene usato il nome “Limoges”. La città è importantissima fin dall’antichità per le sue lavorazioni ceramiche pregiatissime tutt’oggi. Del castello di Limoges non si trova traccia ad oggi poiché tutta la regine è piena di castelli per cui è difficile dire oggi quale di essi fosse quello di Chretien, oltretutto oggi in molte regioni della Francia i castelli medievali furono smantellati nel rinascimento e trasformati in sontuosi palazzi, alcuni dei quali oggi mantengono ancora la proprietà privata di una famiglia e quindi non sono accessibili al pubblico, senza considerare quelli restaurati e trasformati in alberghi di lusso.