Ricerca

Viandanti

Articoli più letti

Alberico da Barbiano

Introduzione storica

Innanzitutto è importante fare una premessa storica prima di parlare di questo personaggio. Siamo nel Basso Medioevo, a cavallo tra la seconda metà del XIV secolo e agli inizi di quello successivo, un periodo di tutta l’era medievale che fu caratterizzata da importanti cambiamenti non solo in Italia, ma anche in tutta l’Europa. Tra questi cambiamenti vi erano non solo quelli nel commercio, nella vita quotidiana e nella mentalità, ma anche nel modo di fare la guerra. Le guerre in nome di Dio erano finite, le crociate erano finite e i cristiani se n’erano tornati da quasi cento anni a casa con la coda tra le gambe, la guerra era ora condotta tra fazioni interne di uno stato o di un regno, spesso corrispondenti a famiglie o a comuni. I soldati che combattevano, agli inizi del Medioevo, erano uomini arruolati nel modo più disastrato, non pagati e destinati a morte certa, gli eserciti erano composti solo per una piccola parte da nobili. Questo modo di mettere su degli eserciti e mantenerli con tasse ed imposte a spese del popolo non durò che fino alla fine delle crociate, perché fino ad allora gli eserciti si componevano di gente semplice che non sapeva combattere e che al primo cenno di battaglia fuggiva per salvarsi la pelle. Raramente anche nella storia delle crociate si incontrano casi in cui i soldati, pur di tenerli uniti, venivano pagati a spese di un nobile e quindi di un privato, anche se la guerra aveva un bottino comune. Con la nascita dei comuni, la fine delle crociate e l’inizio delle guerre tra casati, tra comuni, o tra fazioni opposte di uno stesso luogo i soldati non erano più gente semplice, ma erano uomini pagati per combattere, erano mercenari. Nulla di nuovo, perché il soldato mercenario era una figura adottata anche prima del Medioevo, ma nel Medioevo questa figura assunse anche nuove caratteristiche perché non solo era arruolato e pagato per combattere per un privato, ma prestava servizio sempre a pagamento anche ad altri signori e fu così che nacque la figura del capitano di ventura, un termine non di origine medievale, ma di origine rinascimentale. Si tratta di un termine convenzionale che sta ad indicare il comandante di una compagnia privata di mercenari, dette per l'appunto compagnie di ventura. Questo genere di comando sorge soprattutto nell'Italia settentrionale, ma non si tratta come già detto di un’invenzione italiana né medievale ed il motivo della loro concentrazione nel Nord sta solo a riflettere la condizione storica del Nord, ossia tantissime famiglie, casati e comuni continuamente in guerra tra loro; tuttavia anche il centro fece registrare fenomeni di questo genere, specie nel XIII secolo, ma non quanto nel nord. La nascita e lo sviluppo delle compagnie di ventura diede la possibilità ai loro capitani di emergere e talvolta alcuni di loro lasciarono il loro nome e le loro gesta scritte sul grande libro della storia e tra questi vi era anche Alberico da Barbiano.

Alberico, un ragazzo tra tanti, ma diverso da tutti

Nel Medioevo, la biografia dei vari personaggi di cui ci giungono informazioni era scritta spesso da simpatizzanti degli stessi personaggi o da simpatizzanti dei loro nemici, per cui le informazioni stesse sono da prendere con le pinze. Per altro è da aggiungere che quando si parla di figure militari, a partire dal XII secolo, gli scrittori tendono sempre ad usare un linguaggio che riporta all’ideale dell’onore e del cavaliere fedele tipiche dell’amor cortese. Le notizie che abbiamo di Alberico sono poche, tuttavia sufficienti a farne un quadro che ci racconta la sua storia e ci permette di capire non solo la sua vita e la sua mentalità, ma anche la società in cui viveva.
clip_image002
Figura 1 – Alberico da Barbiano

Alberico nacque probabilmente nel 1349 a Barbiano di Cotignola (RA) in una famiglia nobile, i Da Barbiano [1], discendenti di una famiglia antica di origine carolingia [2]. Alberico nacque quindi in una famiglia tutto sommato ricca, nobile, con diversi territori. I Da Barbiano erano conti di Cunio [3] e di altri territori vicini tra cui la stessa Barbiano [4]. Tra gli altri titoli di Alberico, presumibilmente o ereditati o conquistati durante la sua carriera militare, si ricordano “Signore di:
  • Barbiano,
  • Lugo,
  • Zagonara,
  • Castel Bolognese,
  • Cotignola,
  • Dozza,
  • Tossignano,
  • Granarolo,
  • Trani,
  • Giovinazzo
clip_image004
Figura 2 - Terre nel nord Italia, di cui era signore Alberico
clip_image006
Figura 3 - Terre nel sud, di cui era signore Alberico, sono state identificate con la bandierina azzurra per convenzione

Tra gli altri titoli di Alberico si ricordano quello di Senatore dello Stato Pontificio (titolo ritirato per scomunica) e Gran Connestabile del Regno di Napoli.
Insomma, Alberico non aveva certo nulla da invidiare ai signori del suo tempo, per quanto riguarda titoli ed averi, ma il suo destino e la sua inclinazione personale certo non erano quelli del pantofolaio o del nobile di corte, ad Alberico piaceva la guerra, il suo spirito cavalleresco ed il senso dell’onore venivano prima di qualsiasi cosa, il chè però non deve far pensare che egli rinunciò ad avere moglie e figli, anche se è da presumere che il tempo che egli dedicò al focolare sia stato molto poco. Il suo temperamento guerriero e il suo spirito cavalleresco ne hanno fatto un uomo famoso, ma non certo un stinco di santo, tanto che gli costarono la scomunica e alla sua epoca una scomunica era cosa molto grave.
Mostrò sin da ragazzo un temperamento infaticabile, senza paura e pieno di amor di gloria" (come viene descritto dal card. Anglico de Grimoard [5] nel 1371) che lo portò ben presto a tralasciare gli studi per porsi al servizio di Giovanni Acuto [6]: narra infatti un aneddoto che esercitandosi col fratello Giovanni, egli venisse da esso sconfitto; ritiratosi giurò di lasciarsi morire di fame e non accettare più cibo, piuttosto che sopravvivere a tale disonore, riscattato in seguito da un successivo scontro. Questo aneddoto che sa tanto di chanson de geste non è da mettere in dubbio, tanto più che per inseguire i suoi sogni di gloria e vittorie preferì abbandonare gli studi, cosa all’epoca non a disposizione di tutti.

Alberico soldato

Della sua vita privata prima di diventare soldato, dei fratelli, dei genitori non si da quasi nulla. Dalle date però si deduce che Alberico era probabilmente già un soldato nel 1365, quando aveva appena 15 anni e non deve essere stato difficile per lui abbandonare il nido per inseguire i suoi sogni, spinto com’era dal suo ideale, dal suo spirito cavalleresco indomabili. Nel 1365 Alberico partecipò insieme ai Visconti per il dominio di Zagonara [7], un piccolo centro abitato di meno di cinquecento abitanti nel comune di Lugo, sebbene una parte sia sotto il comune di Cotignola. Solo dieci anni dopo, nel 1375 seguì il condottiero inglese precedentemente nominato e qui si crea un’incongruenza con quanto scritto da Anglico, poiché secondo lui Alberico avrebbe lasciato tutto per seguire Giovanni Acuto, mentre secondo altre fonti lo avrebbe incontrato solo dieci anni dopo, nel 1375, quando aveva venticinque anni. Nel 1375 Alberico affiancò Giovanni Acuto nella guerra degli Otto Santi contro i fiorentini e un anno più tardi partecipò all'eccidio di Faenza. Nel 1377, dopo la distruzione di Cesena (avvenuta 1º febbraio), Barnabò Visconti lo prese a proprio servizio. L'anno seguente Alberico fondò la Compagnia di San Giorgio (1378), disgustato dalla troppa veemenza dei capitani stranieri. Fu la prima compagnia di ventura interamente composta da miliziani italiani, in un'epoca in cui nella penisola dominavano eserciti composti da soldati stranieri. Se Alberico fosse disgustato davvero o no dai soldati stranieri non è dato saperlo in assenza di scritti propri dello stesso, ma è più probabile che sia un’interpretazione dei suoi biografi anche perché in epoca medievale soprattutto, in guerra non si guardava in faccia nessuno e tantomeno si badava al galateo. Il codice cavalleresco era molto severo quanto alla condotta dei cavalieri e dei nobili e considerando che Alberico doveva essere uno che ci teneva al proprio e non poco, non è da escludere che i suoi biografi abbiano riportato anche un sentimento vero di questo cavaliere e soldato nei confronti di altri cavalieri e soldati. L’epoca di Alberico è anche quella che in Europa vede iniziare la sanguinosa e violentissima Guerra dei Cento anni e anche se Francia e Inghilterra sembrano così lontane dalla nostra Italia, in realtà sono lì vicinissime e anche all’epoca la violenza dei soldati stranieri precedeva tutto nelle voci e nelle notizie della gente. Francesi, inglesi e tedeschi sono conosciuti nella storia tra i guerrieri più feroci, per i quali il furto, l’eccidio erano cose considerate normali (se così si può dire, considerando però la mentalità del medioevo) per uomini pagati per uccidere e distruggere, al di là dell’onore. Sebbene in una classifica, tedeschi, inglesi e francesi primeggino, questo non vuol dire che anche gli italiani non fossero feroci in battaglia, il nome di tanti guerrieri è ricordato per la ferocia e le battaglie importanti. Se i biografi hanno visto giusto nell'interpretare il comportamento di Alberico, ciò è da ricondurre esclusivamente al fatto che egli era nobile e uomo d’onore e che uccideva i nemici per la vittoria del suo signore e il proprio onore, esattamente come la figura del cavaliere descritto dalle chanson de geste. Nel giuramento di fedeltà, ai tempi di Alberico, non si combatteva però solo più per l’onore di un altro, il proprio signore, ma soprattutto per il proprio. In merito a questa somiglianza non si voglia indurre dubbio sull'ispirazione possibile di Alberico a tali romanzi, avuta magari nel breve periodo di studi, tuttavia se anche questo fosse possibile egli deve aver tradotto gli ideali cavallereschi dei romanzi e del codice cavalleresco in qualcosa di meno utopico e più reale, più concreto. Si uccideva in guerra per onore e solo i nemici e per un fine comune e non per il semplice gusto di uccidere e massacrare che evidentemente egli doveva aver visto o dovevano aver visto i suoi biografi nei soldati non italici. Il fatto che Alberico avesse dedicato fin da fanciullo la sua vita alla guerra non è da intendere come un gusto per la morte ed il sangue, egli non era un sanguinario, ma un mercenario (usando il termine specifico), in particolare un capo, un capitano e per giunta era anche nobile. Si cade così nuovamente nel discorso precedentemente fatto sulla sua figura paragonata e poi traslata del cavaliere della letteratura. L’epoca di Alberico è anche quella che segue la fine di alcuni ordini cavallereschi e monastico-cavallereschi e la nascita di altri, pur essendo una moda ormai finita, compagnie e ordini continuavano a sorgere e tramontare, prova ne è proprio la Compagnia di San Giorgio. Prima di quella fondata da Alberico, ne furono create due e la terza fu anche l’ultima ed è forse la più famosa. Militarono in questa celebre compagnia molti combattenti valorosi come Braccio da Montone [8], Muzio Attendolo Sforza [9], Ugolotto Biancardo, Jacopo dal Verme [10], Facino Cane [11], Ottobono Terzi[12] e Ceccolino da Michelotti.

In un'epoca nella quale soldati stranieri erano presenti in tutta la penisola, della Compagnia di San Giorgio potevano far parte però solo ai combattenti italiani: i soldati giuravano infatti di "essere perpetui nemici degli stranieri e dei barbari". Inoltre, sempre in questi anni, Alberico si preoccupò di innovare l’arte guerriera, modificando le coperture dei cavalli, fino a renderle delle vere e proprie coperte d’acciaio lunghe fino alle ginocchia; inoltre ideò nuove tecniche di carica, munendo il muso del destriero di uno spuntone che diventava micidiale nell'assalto  aggiunse anche all'elmo del cavaliere la ventaglia ed il collare per proteggerne il collo. Nel frattempo il nome di Alberico si era guadagnato una certa stima: nel 1385 liberò, assieme al fratello, la natia Barbiano occupata dalle truppe di Giacomo Boccadiferro e dei bolognesi.

clip_image008
Figura 4 – Braccio da Montone

clip_image010
Figura 5 – Muzio Attendolo Sforza

clip_image012
Figura 6 – Facino Cane, ritratto anonimo di fine Quattrocento

L'esercito di Alberico conobbe subito una grande fama, cosicché, quando le milizie mercenarie bretoni dell'Antipapa Clemente VII si misero in marcia verso Roma per metterlo a capo della chiesa, Papa Urbano VI e Caterina da Siena lo chiamarono a schierarsi in difesa di Roma. Scrisse nella sua lettera ad Alberico, Caterina:

Al nome di Gesù Crocefisso e Maria dolce. Confortatevi, confortatevi in Cristo, dolce Gesù, tenendo dinanzi a voi il sangue sparso con tanto fuoco di amore, stante nel campo col gonfalone della santissima Croce. Pensate che il sangue di questi gloriosissimi martiri sempre grida al cospetto di Dio, chiedendo sopra di voi l'aiutorio suo. Pensate che questa terra [Roma] è il giardino di Cristo benedetto ed il principio della nostra fede e però ciascuno, per se medesimo, ci debbe essere inanimato.
(Niccolò Tommaseo, lettera di Santa Caterina n. 219)
La battaglia di Marino tra Alberico e le milizie bretoni avvenne a 12 miglia a nord di Roma il 30 aprile 1379. Al termine della battaglia, Alberico, vittorioso, entrò trionfante in Roma. Il Papa, che della vittoria aveva reso grazie a Dio recandosi incontro al vincitore a piedi nudi, lo fece Cavaliere di Cristo e gli conferì solennemente un grande stendardo bianco attraversato da una croce rossa con il motto "LI-IT-AB-EXT" (L'Italia liberata dai Barbari). Venne inoltre nominato senatore dello Stato della Chiesa.

File:Bandiera alberico.PNG
Figura 7 – Stendardo di Alberico. Lo stendardo viene portato in primis durante la Sfilata Storica dal Rione che porta il nome omonimo.

Al servizio dei Visconti

Sconfitti i bretoni, Alberico si schierò nuovamente con Carlo III di Napoli (1380) , al quale era stato sottratto il legittimo trono dalla regina Giovanna, schieratasi dalla parte dei bretoni per paura di essere deposta. Nello stesso anno sconfisse presso Bari Luigi I d'Angiò, intenzionato anche lui a deporre Papa Urbano VI. Per riconoscenza Carlo III lo nominò Maximus Conestabilis regni Siciliae. Alberico iniziò poi il suo servizio sotto le fila del Duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, il quale lo aveva liberato da una prigionia ad Ascoli (24 aprile 1392). Assieme al fratello Giovanni, Alberico entrò a Firenze nel 1397; subito dopo sbaragliò le truppe del duca Francesco Gonzaga presso Mantova. Giovanni fu però fatto prigioniero e fu impiccato in piazza a Bologna nel 1399, per crimini di razzia e strage. Appresa la notizia della morte del fratello, Alberico, iniziò la battaglia contro il faentino Astorre Manfredi e Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, responsabili del crimine. Bologna e Faenza caddero una dopo l'altra nelle mani di Alberico, ma Faenza fu poi ceduta per denaro al card. Baldassarre Cossa, legato pontificio di Bologna, il quale divenne ben presto il suo acerrimo nemico. Conclusisi gli scontri con i faentini e con i bolognesi, Alberico ricevette la chiamata d'aiuto dal re di Napoli Ladislao I, il quale vedeva il suo regno minacciato nuovamente dai francesi, guidati, questa volta, da Luigi II d'Angiò, il quale venne sconfitto dopo ripetute battaglie.
Non passò molto tempo che Alberico ricevette la notizia di una nuova rivolta, questa volta in patria: Il figlio Manfredo, signore di Lugo aveva mosso guerra contro il figlio ribelle Lodovico [13], signore di Zagonara schierato assieme al card. Cossa. Alberico non arrivò mai nella sua Romagna; morì di nefrite nel Castello della Pieve, presso Perugia il 26 aprile 1409 a 60 anni.

Tanta guerra e poco amore…

Come abbiamo già detto, la vita di Alberico fu dedicata in gran parte al campo di battaglia più che al focolare, il che influì molto su quello che si sa di lui nel privato, come padre e come marito. Della sua vita privata si sa che ha avuto due matrimoni, ma della prima moglie non si sa nulla mentre la seconda fu una Da Polenta, Beatrice da Polenta (sposata nel 1380) dalla quale ebbe i due figli, Lodovico e Manfredo, e una figlia, Giovanna. Di Beatrice non si sa molto, anzi, quasi nulla e la sua ascendenza non è nota anche se considerando il periodo in cui si sposò con Alberico e confrontando le date degli uomini più importanti della famiglia Da Polenta, probabilmente fu figlia di Guido da Polenta (figlio di Bernardino, m. 1359). Guido da Polenta (non va confuso con i suoi discendenti dal nome omonimo) fu uno dei membri della famiglia da Polenta ad avere più figli e a combinare più matrimoni per i figli, probabilmente con lo scopo di formare alleanze e aumentare anche i propri domini, ricchezze e perchè no, anche le difese.

Nel 1431 la famiglia, con a capo Alberico II (figlio di Lodovico) fu cacciata da Lugo e lasciò la Romagna per trasferirsi in Lombardia, divenendo feudataria di Belgioioso. Nel 1514 Carlo da Barbiano abbinò il nome del borgo al proprio cognome e sotto la dicitura “Barbiano-Belgioioso” nel 1566, la famiglia fu iscritta nel patriziato milanese, oltre che insignita del titolo di “Grandi di Spagna”.

Il ricordo di Alberico

Ogni anno, in suo ricordo, dal 1994 si svolge nella sua patria, Barbiano, il Palio di Alberico nel quale, dopo una sfilata in stile medievale, i quattro rioni del borgo si sfidano per vincere l'ambito trofeo rappresentato dalla riproduzione del suo elmo e dello stendardo conferito dal Papa. Dedicata a lui è anche la piazza del paese.

Fonti

  • Wikipedia. (s.d.). Alberico da Barbiano, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Alberico_da_Barbiano
  • Wikipedia. (s.d.). Anglico de Grimoard, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Anglico_de_Grimoard
  • Wikipedia. (s.d.). Barbiano di Cotignola, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Barbiano_di_Cotignola
  • Wikipedia. (s.d.). Braccio da Montone, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Braccio_da_Montone
  • Wikipedia. (s.d.). Capitano di Ventura, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Capitano_di_ventura
  • Wikipedia. (s.d.). Cognome, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Cognome
  • Wikipedia. (s.d.). Compagnia di San Giorgio, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Compagnia_di_San_Giorgio
  • Wikipedia. (s.d.). Cunio, castello, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Cunio
  • Wikipedia. (s.d.). Dal Verme, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Dal_Verme
  • Wikipedia. (s.d.). Facino Cane, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Facino_Cane
  • Wikipedia. (s.d.). Giovanni acuto, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Acuto
  • Wikipedia. (s.d.). John Hawkwood, ENG. Tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/John_Hawkwood
  • Wikipedia. (s.d.). Lodovico da Barbiano, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Lodovico_da_Barbiano
  • Wikipedia. (s.d.). Muzio Attendolo Sforza, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Muzio_Attendolo_Sforza
  • Wikipedia. (s.d.). Ottobono Terzi, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Ottobono_Terzi
  • Wikipedia. (s.d.). Zagonara, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Zagonara

Note

[1] Nel Medioevo non esistevano i cognomi, il cognome era spesso composto dalla preposizione più il luogo di provenienza o di nascita. L'uso del cognome come identificativo di una famiglia si fa risalire all'antica Roma. Infatti, se nei tempi arcaici veniva usato un solo nome, già negli ultimi secoli della Repubblica romana le persone libere adottavano tre nomi (tria nomina):
· praenomen (che distingueva l'individuo ed era paragonabile al nome proprio di persona contemporaneo),
· nomen (che denotava la gens di appartenenza, paragonabile all'odierno cognome)
· cognomen (che era un soprannome dato all'individuo o ai membri del ramo di una famiglia).
Verso il V secolo la distinzione fra nomen e cognomen si fece sempre più sfumata e divenne comune l'uso di un nome unico (detto supernomen o signum), con le caratteristiche di non essere ereditato e di avere un significato immediatamente comprensibile (ad esempio il nome imperiale Augustus che significa "consacrato dagli auguri" o "favorito da buoni auspici").
Dopo la caduta dell'Impero romano, ogni persona veniva identificata dal solo nome personale, di cui venivano usati vezzeggiativi in ambito familiare. Tali nomi si riferivano, anche, alle caratteristiche della persona, alla provenienza o alla paternità. L'avvento della religione cristiana e le ripetute invasioni barbariche facilitarono la diffusione di nuovi nomi che si aggiunsero a quelli già in uso. A seguito della grande crescita demografica avvenuta in Europa tra il X secolo e l'XI secolo, divenne sempre più complicato distinguere un individuo da un altro usando il solo nome personale.
Tra le principali difficoltà nell'individuare correttamente una persona e registrarla, dev'essere considerata la condizione, tipica dell'epoca medievale, di chi fuggiva dallo status di servo rurale per vivere in città: ci si registrava nelle corporazioni municipali fornendo il nome e la provenienza (Montanaro, Dal Bosco, ecc.) oppure un pregio o difetto fisico (Gobbo, Rosso, Mancino, ecc.) oppure un mestiere (Sella, Ferraro, Marangon, ecc.) oppure l'indicazione del padre e della madre (es. Petrus Leonis equivaleva a Pietro figlio di Leone, che in seguito divenne Pierleone o Pier di Leone) e, dopo un anno solare, il feudatario perdeva il diritto di riportare il fuggitivo nel feudo di provenienza.
[2] Dal momento che con Carlo Magno anche l’Italia del Nord era passata in buona parte ai carolingi, dopo la vergognosa sconfitta dei Longobardi, non è difficile credere che nel nord si fossero stanziate anche famiglie importanti del regno di Carlo e la cui discendenza sia continuata così tanto, fino al basso Medioevo. Tuttavia, in assenza di fonti e di alberi genealogici è difficile stabilire la cosa con assoluta certezza.
[3] Il Castello di Cunio è un castello fondato attorno al VIII secolo sulle rive del fiume Senio a 3-4 km a est di Barbiano di Cotignola. Le prime notizie su di esso ci giungono all'incirca dall'anno 1000, anche se il nome di chi l'ha costruito è tuttora ignoto (probabilmente un antico signore imolese). Fu raso al suolo dapprima nel 1147 e poi nel 1257, ma fu sempre ricostruito. I ghibellini di Faenza e Bologna lo distrussero definitivamente nell'anno 1296. Al giorno d'oggi del castello non vi è più traccia. I conti di Cunio si trasferirono poi a Barbiano, dove resistettero fino al 1409, anno di distruzione del castello barbianese. Proprio a Barbiano è dedicata loro una via adiacente alla piazza. I conti di Cunio sono citati nella Divina Commedia, nel Canto XIV del Purgatorio, nella cornice degli invidiosi.
[4] Il toponimo deriva da una pieve risalente all'Alto Medioevo, Sancti Stephani in Barbiano: alcuni storici fanno risalire il nome "Barbiano" alla "gens Balbia", nota famiglia romana che abitò nella zona. Le prime notizie certe sulla pieve risalgono in data 8 luglio 993, ma, secondo un documento del 826, la pieve barbianese sarebbe stata donata da Eugenio II, Sommo Pontefice e signore dell'esarcato di Ravenna, a Everardo, figlio di Desiderio, ultimo re Longobardo, su consiglio di Ludovico il Pio, ultimogenito di Carlo Magno. Con questa donazione, Everardo ricevette anche il titolo di Conte di Cunio (località situata 3–4 km ad est di Barbiano ed oggi non più esistente) e di Lugo. La pieve, allora, aveva una certa importanza territoriale poiché da essa dipendeva anche la pieve di Lugo, oggi capoluogo del comprensorio. Il medioevo di Barbiano è legato indissolubilmente alla figura di Alberico da Barbiano e alla famiglia dei Conti di Cunio, i da Barbiano, i quali resero il piccolo borgo un castello fortificato che in breve tempo divenne il più importante della zona e preda di numerose famiglie potenti dell'epoca; un primo castello era stato costruito nell'860 da Rainero I, nipote di Everardo, quando questi ne era divenuto signore. Il castello fu poi abbattuto, dopo vani tentativi, solo il 16 maggio 1409, ad un mese dalla morte del capitano di ventura Alberico da Barbiano, dalle truppe di Lodovico da Barbiano, suo ribelle figlio, schierato assieme alle truppe del card. Baldassarre Cossa. Per tutto il XV sec. il controllo della zona fu degli Sforza, mentre dal 1500 in poi il territorio passò sotto il dominio estense, per rimanerci fino al 1598, anno nel quale ritornò allo Stato Pontificio. Il territorio, come tutta la Romagna, fece parte dello Stato della Chiesa fino all'Unità d'Italia.
[5] Anglico de Grimoard, ricordato anche come Anglic de Grimoard (Grizac oggi Le Pont-de-Montvert, 1320 – Avignone, 14 aprile 1388), è stato un cardinale francese. […] Fratello di Papa Urbano V, è stato Vicario generale della Arcidiocesi di Avignone, cardinale con il titolo di San Pietro in Vincoli, decano del collegio dei cardinali dal 1373 al 1388. Al momento di passare le consegne al suo successore, nel 1371 consegnò un censimento accurato con vaste informazioni circa le città e le popolazioni dei territori settentrionali dello Stato Pontificio. Firmò una Descriptio civitatis Bononiensis eiusque comitatus, ed una Descriptio provinciæ Romandiolæ (che reca la data del 9 ottobre 1371); in quest'ultima fu censito, con rispetto ad ogni comitatus, civitas, castrum, villa, ecc., il territorio romagnolo fino al confine col Ducato di Ferrara. Tale mole di descrizioni ed annotazioni resta per gli storici una delle più grandi e complete fonti di informazioni raccolte nel Basso Medioevo in Italia. Per ottenere ancora informazioni così dettagliate su usi e costumi nelle città italiane, gli storici dovranno aspettare il censimento voluto da Napoleone agli inizi del XIX secolo. Non è certo se Anglico abbia conosciuto realmente Alberico o se lo abbia descritto sulla base della fama del personaggio stesso, ma se la prima ipotesi fosse vera è probabile che ciò sia avvenuto nel contesto del censimento del 1371.
[6] John Hawkwood, italianizzato in Giovanni Acuto (Sible, 1320 ca. – Firenze, 1394), è stato un condottiero e cavaliere medievale inglese. Il nome italiano gli fu attribuito da Niccolò Machiavelli, che riprese la versione francese «Jean de l'Aiguille» (Giovanni dell'Ago, in riferimento al termine francese che dall’inglese significa anche ago della bilancia). La traduzione reale del nome del personaggio dall’inglese però è sbagliata poiché in inglese “Hawk” significa “falco, sparviero” mentre “wood” significa “legno” e la traduzione letteraria sarebbe Giovanni Falco di legno, una traduzione completamente diversa da Giovanni Acuto. Chissà che vocabolario ha usato Macchiavelli, ma sì sa che erano anche altri tempi.
[7] Zagonara viene ricordata soprattutto per la battaglia combattuta il 28 luglio 1424 fra le truppe della Repubblica di Firenze e le milizie milanesi di Filippo Maria Visconti. La battaglia è "ricostruibile attraverso quattro, essenziali ed importantissime testimonianze: quella dell’ambasciatore fiorentino Rinaldo degli Albizzi, quella del cronista forlivese Giovanni Merlini, conosciuto anche come Giovanni di Mastro Pedrino Depintore, quella del celebre Biondo Flavio e quella del cronista milanese Andrea Biglia. Un certo numero di famosi condottieri italiani del XV secolo prese parte alla battaglia. La battaglia culminò quando Carlo I Malatesta, signore di Rimini, intervenne a sostegno di Alberico da Barbiano, le cui truppe erano sotto assedio nel castello di Zagonara da mercenari milanesi guidati da Angelo della Pergola. Il Pergola aveva circa 4.000 cavalieri e 4.000 fanti. Le truppe del Malatesta (pari a circa 8.000 cavalieri) abbandonarono l'assedio di Forlì e attaccarono i Visconti, guidati da Secco da Montagnana. Ben presto l'attacco iniziale della cavalleria fiorentina svanì: dopo diverse ore di battaglia, furono sottomessi dal contrattacco del Pergola. Il Malatesta stesso fu catturato, insieme con circa 3.000 uomini d'arme e 2.000 fanti, e il castello venne distrutto.
[8] Andrea Fortebraccio, noto come Braccio da Montone (Perugia, 1 luglio 1368 – L'Aquila, 5 giugno 1424), è stato un condottiero italiano. Fu governatore di Bologna, rettore di Roma, signore di Perugia, principe di Capua, conte di Foggia, Gran Connestabile del Regno di Napoli. Con le sue imprese fu il più vicino a creare uno Stato dell'Italia centrale nel XV secolo.
[9] Giacomo (o Jacopo) Attendolo (Cotignola, 28 maggio 1369 – Pescara, 4 gennaio 1424) è stato un condottiero e capitano di ventura italiano. Soprannominato Muzzo o Muzio (da Giacomuzzo), detto poi Sforza, fu conte di Cotignola e capostipite della dinastia Sforza. La famiglia del padre, Giovanni, era di un ramo di nobiltà secondaria dedito all'attività rurale e al "mestiere delle armi"; la madre, Elisa Petraccini (talvolta scritto Petrascini), è descritta come donna dal carattere aspro. Si narra che una sera del 1382 il giovane Giacomo, mentre stava zappando un campo, vide passare dei soldati della compagnia di Boldrino da Panicale alla ricerca di nuove leve. Attratto dall'idea scagliò la zappa in alto, se essa fosse tornata a terra sarebbe rimasto se essa si fosse impiantata in un albero avrebbe seguito la compagnia. La zappa si impigliò in una quercia, Giacomo rubò un cavallo al padre e seguì i soldati. Inizio la carriera militare vera e propria nella compagnia di ventura di Alberico da Barbiano che gli diede il soprannome Sforza per via del suo rifiuto di scoraggiarsi e della capacità di rovesciare le situazioni a suo favore oppure semplicemente in riferimento al vigore fisico (si raccontava che fosse in grado di piegare un ferro di cavallo con la sola forza delle mani). Secondo altre fonti il soprannome derivò dalla "forza" con cui reclamava bottini maggiori di quanto gli spettasse.
[10] I Dal Verme sono un'illustre famiglia di condottieri e feudatari dell'Italia settentrionale, originaria di Verona e stabilitasi poi a Milano, Piacenza, Bobbio e Voghera. Se ne hanno notizie fin dal XIII secolo con Nicola. A Verona e in altre città ebbero importanti cariche (podestà, capitano del popolo, governatore), fino al XIV secolo con Pietro e a partire da Luchino († 1372 in Siria) figlio di Pietro, cominciarono anche l'attività di condottieri al servizio inizialmente di Venezia e Verona. Jacopo (Verona 1350 - † Venezia 1409) figlio di Luchino, passò nel 1379 al servizio dei Visconti, cui la famiglia fu in seguito fedelissima. Cominciò ad acquisire feudi nel territorio di Bobbio (Zavattarello, Trebecco, Romagnese, Ruino), nucleo della futura grande signoria della casata e nel 1387 è nominato dai Visconti vassallo di Bobbio. Suo figlio Luigi († 1449), al servizio di Filippo Maria Visconti, nel 1436 divenne signore di Voghera, Bobbio, Castel San Giovanni e della Valsassina.
[11] Bonifacio Cane, detto Facino Cane (Casale Monferrato, 1360 – Pavia, 16 maggio 1412), è stato un condottiero italiano. Facino Cane era figlio di Emanuele Cane di Borgo San Martino, appartenente ad uno dei rami meno ricchi della nobile famiglia Cane. Imparò l'arte delle armi combattendo per Ottone di Brunswick (allora governatore di quella contrada) contro Carlo di Durazzo, nel 1382. Già a 26 anni divenne condottiero per la famiglia degli Scaligeri, partecipando alla disastrosa battaglia di Castagnaro contro Padova. Rimastovi prigioniero, passò al servizio dei vincitori (la famiglia Carraresi di Padova) combattendo in favore di essi nella guerra del Friuli. Nel 1387 fu condottiero per il marchese di Monferrato, dove gli vennero affidati 400 cavalieri. Questa permanenza durò poco e tornò al servizio dei Carrara e poi dei Visconti, nel 1401. Ciò che spingeva Facino a combattere era l'arricchimento suo e dei suoi fedeli soldati, motivazione per la quale le sue imprese diventavano particolarmente crudeli. Per queste ragioni Teodoro di Monferrato tendeva a non riconoscere la propria responsabilità nelle sue azioni e questo portò Facino a lasciare il Monferrato. Dal 1400 in poi, formatosi completamente come capo militare, ottenne i primi risultati politici, come la già citata signoria su Borgo San Martino, il controllo del Ducato di Milano, avvenuto nel 1402, dopo la morte del duca Gian Galeazzo Visconti. Il suo dominio personale, tra il 1404 e il 1412, comprendeva Alessandria, Novara , Tortona e Piacenza.
[12] Ottobono Terzi (Parma – Rubiera, 27 maggio 1409) è stato un condottiero e capitano di ventura italiano. Figlio di Niccolò, uscì dalla scuola d'armi di Alberico da Barbiano. Messosi al servizio di Venezia, passò poi al soldo di Gian Galeazzo Visconti. Dimostrò il suo valore conquistando per i Visconti, verso la fine del Trecento, vasti territori in Umbria e Toscana. In seguito diede prova di grandi capacità strategiche difendendo con successo Brescia dall'assedio delle truppe dell’imperatore Roberto il Bavaro, calate in Italia con intenzioni ostili ai Visconti. Dopo aver salvato la città, Ottobono sconfisse gli imperiali in diverse battaglie, costringendo gli invasori a rinunciare ai loro piani. Dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti nel 1402, in diverse città governate dai Visconti, tra cui Parma, scoppiarono rivolte e lotte di potere. Ottobono, spietato e avido di denaro, si mise a scorrazzare con le sue truppe per il ducato, seminando disordine e arraffando bottino. Si fece protagonista di episodi di estrema crudeltà, quali la decapitazione di 65 contadini che si erano ribellati, le cui teste rimasero appese per tre giorni sulle mura del castello di Guardasone.
[13] Lodovico (o Ludovico) da Barbiano (Barbiano di Cotignola,– Lugo di Romagna, 1423) è stato un condottiero e capitano di ventura italiano, figlio del celebre Alberico da Barbiano. Come per lo zio e per il fratello, anche di Lodovico si sa poco o nulla dell'infanzia. Le prime sue notizie si hanno intorno al 1373 quando cedette ai bolognesi il feudo di Zagonara, ottenendo in cambio Monteaguzzo e Roncadello. Tra il 1394 e il 1395 si unisce con Obizzo e Pietro da Polenta ed Azzo d'Este per combattere gli estensi, venendo respinto da Francesco Bellai sulla riva del Po di Primaro, da dove aveva intenzione di passare nel ferrarese. Nel giugno del 1402 partecipò alla battaglia di Casalecchio di Reno al comando della seconda schiera con Francesco Gonzaga e 2000 cavalieri, mentre nel settembre, sempre dello stesso anno, è a Milano dove porta la bara di Gian Galeazzo Visconti assieme ad altri condottieri. Nel 1405 fu investito di Zagonara dal cardinale legato di Bologna, Baldassarre Cossa, futuro antipapa. Dal 1408 iniziò la sua ribellione verso la propria famiglia, cominciata col togliere al fratello Manfredo Lugo, Conselice (venduta poi agli estensi) e Sant'Agata bolognese. Nel maggio del 1409 assalì Barbiano, e un anno dopo lo radette al suolo e ne sterminò gli abitanti su ordine dell'antipapa; nello stesso anno occupò Cotignola e Solarolo. Alla fine della guerra, nel 1411, ottenne il possesso di Lugo (Italia), Massa Lombarda e Conselice ed il titolo di conte. Nel 1413 si schierò con i Malatesta ai danni dell'antipapa, devastando il bolognese fino a San Lazzaro di Savena; carico di bottino, ritornando in Romagna, superò nei pressi di Budrio e Medicina la resistenza di 2000 contadini che volevano chiudergli il passaggio. Gli ultimi anni della vita li trascorse al soldo del duca Filippo Maria Visconti.

0 commentarium:

Posta un commento

Gentile Viandante, il tuo commento sarà pubblicato non appena approvato dall'Amministratore entro 24h. Si raccomanda di non usare questo spazio per fare commenti o domande su argomenti che non centrano con quanto scritto nel post che ti accingi a commentare. Se hai delle richieste specifiche clicca qui: Scrivici. Non si risponde tramite questo servizio poiché non sempre vi è la certezza che l'utente riceva o legga la risposta. Puoi usare questo spazio anche per esprimere apprezzamenti, nel rispetto delle norme della buona educazione e del regolamento del sito.

Gli utenti che utilizzeranno questo spazio per scrivere insulti a noi o altri utenti del blog, bestemmie o inviare link con virus o materiale illegale, saranno segnalati alla Polizia Postale.