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Chrétien de Troyes e il Santo Graal

Introduzione al personaggio

Quanti non hanno sentito parlare di lui come del primo a parlare della reliquia (reale o fantastica ancora non si sa) più ricercata dall’intera umanità? Quanti possono permettersi di ignorare il suo nome ed il suo lavoro? Nessuno, perché lui e soltanto lui, poteva come un dio, dare vita ad un’utopia chiamata Santo Graal. Il suo nome era Chrétien de Troyes.

Nato e morto nel XII secolo è stato forse il più importante trovatore del suo periodo, tra tanti trovatori che nello stesso periodo nascevano e che poi avrebbero ripreso le sue opere, perché anche loro sognavano lasciare scritto qualcosa sul Santo Graal, certo non immaginavano il putiferio che oggigiorno avrebbero scatenato. Nato probabilmente nella prima metà del XII secolo, forse nel 1135 a Troyes, in Francia (attuale regione della Champagne-Ardenne), poco si sa della sua vita privata e anche della sua formazione non avendo scritto né autobiografie né avendo avuto un proprio biografo, anche postumo. Essendo uno scrittore ed un poeta è facile presumere che potesse essere di nobili natali e che si sia probabilmente formato presso qualche monastero o qualche abbazia, anche se non è da scartare nemmeno l’ipotesi che possa aver avuto un proprio precettore. La prima ipotesi è la più accreditata sia dagli studiosi di letteratura sia dagli storici in generale e si è giunti ad ipotizzare anche che potesse essere diventato un chierico più che un frate in senso stretto.

Si dice “diventato” perché se fosse stato un normalissimo frate medievale non avrebbe potuto vivere presso una corte come quella di Francia e soprattutto non avrebbe potuto scrivere di amori illeciti ed extraconiugali, ricerche che mescolavano sacro e profano come del Santo Graal. Della sua vita come poeta e scrittore si sa solo, appunto, che visse in Francia, presso la corte della figlia di Eleonora d’Aquitania, Maria di Champagne e poi di Filippo di Alsazia (Fiandre). Avendo avuto dei così importanti protettori, amanti delle lettere e delle arti, è difficile pensare che possa essere stato un monaco e quindi si avvalorano le ipotesi che lo vedono come un chierico [1].

Morì nel 1190 nelle Fiandre, mentre stava scrivendo il racconto del Santo Graal, che lo rese così tanto amato e così tanto famoso nei secoli successivi, forse più di quanto egli stesso avrebbe mai potuto immaginare.

Le opere

Chrétien de Troyes scrisse diverse opere nel corso della sua carriera, tuttavia, molte di queste sono oggi andate perdute per sempre e non sono pervenute a noi nemmeno traduzioni degli originali, in altre lingue come l’italico, il latino o il tedesco antico o l’inglese antico.

  • Erec et Enide, romanzo (composto attorno al 1170)
  • Les comandemanz d’Ovide, traduzione da Ovidio, oggi perduta
  • Art d’amors, traduzione da Ovidio, oggi perduta
  • Le mors de l’espaule, poemetto oggi perduto
  • Le roi Marc et Ysalt la blonde, romanzo oggi perduto
  • La muance de la hupe et de l’aronde er del rossignol, pervenutoci in forma frammentaria con il titolo di Philomena
  • Cligès, romanzo (1176 circa)
  • Yvain ou le chevalier au lion, romanzo scritto tra il 1170 e il 1180
  • Lancelot ou le chevalier de la charrette, romanzo incompiuto terminato da Godefroi de Leigni
  • Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, romanzo incompiuto
  • Guillaume d’Angleterre, romanzo di dubbia attribuzione

Erec ed Enide

Erec ed Enide è un poema in ottosillabi a rima baciata dello scrittore francese Chrétien de Troyes, composto intorno al 1170. Tutta la storia ruota intorno alla difficile conciliazione tra il perfetto valore cavalleresco e il perfetto amore e viene presentato il testo intero tradotto ed analizzato in questo sito. Il problema trattato nell'opera è quello della conciliazione necessaria tra amore e prodezza della cavalleria, poiché finora l'amore era stato esaltato come valore autonomo rispetto alla dimensione guerriera, quest'ultima completamente indipendente.

Gli altri romanzi, che sono anche la maggior parte delle opere di Chretien a noi pervenute oggi, trattano tutti più o meno direttamente della corte di Re Artù e delle vicende a lui legate, dei personaggi e infine del Graal, opera quest’ultima che rimase incompiuta a causa della morte dell’autore stesso e per questo motivo, l’opera “Guillaume d’Angleterre” è di dubbia attribuzione.

 

Chrétien de Troyes, Re Artù e il Santo Graal

È difficile pensare che come si è inventato il Graal, Chretien possa aver anche inventato il personaggio chiave del ciclo arturiano, Re Artù. Era usanza, in epoca medievale, attribuire in buona parte le proprie idee, invenzioni o storie a fonti scritte precedenti di cui però non veniva mai fornita una prova, venivano solo citate. È un classico trucco che venne usato anche nelle epoche successive il Medioevo e che ha permesso a tanti scrittori di costruire imperi d’aria e denaro, specialmente quando non c’erano scrittori più che mai attivi a reclamare i loro diritti d’autore. Ad ogni modo, Chretien quando scrisse Le Roman de Perceval ou le conte du Graal, certo non pensava che in un futuro non troppo lontano scrittori di ogni lingua e cultura si sarebbero cimentati a scrivere saggi e romanzi su quel Graal e non solo, anche sulla lancia di Longino.

Prima ancora di quest’opera, Chretien scrisse Lancelot ou le chevalier de la charrette, anche questo rimase però incompiuto, per motivi non del tutto noti e che fu continuata da Godefroi de Leigni [2]. Come detto precedentemente, sono diversi i romanzi di Chretien che trattano di Re Artù ed è difficile pensare che si sia inventato questo personaggio per diversi motivi:

nel IX secolo, Nennio scriveva della storia della Britannia romana ed è la prima volta che viene fatto un riferimento a Re Artù

nel 1135, anno di nascita di Chretien, Goffredo di Monmouth scriveva già del ciclo arturiano, probabilmente ispirandosi a Nennio ed alle sue cronache o annali

le gesta di Re Artù e dei suoi cavalieri sono riportate anche nell’architrave del Duomo di Modena (Porta della Pescheria [3]) e sono state scolpite sull’architrave tra il 1110 ed il 1120, quindi molto prima ancora della nascita di Chretien.

Così, che Re Artù sia un personaggio storico o meno, Chretien non fu il primo a parlarne e a citarlo come il sovrano ideale e probabilmente si ispirò agli autori precedenti che per primi ne avevano parlato. Inventore, invece, Chretien lo fu del Santo Graal, del quale ci parla insieme alla Lancia di Longino [4], due sacre reliquie a cui non viene dato solo un significato mistico oggi, ma anche di potere. Sicuramente la Lancia sarebbe credibile come reliquia, indipendentemente dai suoi presunti, fantasiosi e perché no, chi lo sa, reali poteri miracolosi e non solo; ma la coppa ha troppe somiglianze con altri elementi di altre mitologie, specie quelle nordiche e celtiche e troppo spesso viene paragonato al grembo femminile, per cui è più un’allegoria, il Graal, un simbolo di vita, morte e rinascita, che non una reliquia in forma di coppa. Non ci sono prove sull’esistenza di questo Graal, troppi ne hanno parlato e in modi troppo diversi da non poter azzardare l’idea che si tratti più di qualcosa di fantastico che qualcosa di reale. Certamente, Chretien quando si inventò questa reliquia non immaginò che nei secoli successivi ci sarebbe stato chi, come ad esempio Adolf Hitler e non solo, anche tutti i maestrini dell’occulto e roba simile, avrebbe fatto del Graal non solo un’ossessione, ma una vera e propria fonte di follia e anche di morte. Difficile credere che ci sia stato chi è andato veramente fuori di testa per questa fantomatica reliquia che compare e scompare a proprio piacimento e solo ad alcuni eletti.

 

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Figura 1 – Porta della Pescheria, Duomo di Modena (XII secolo), le gesta di Rex Arturus.

 

Il Graal, nel Medioevo, era visto per quello che era: una favola, cosa che ancora oggi dovrebbe essere e che a dire il vero, avrebbe dovuto essere sempre. Il Graal, secondo l’opinione comune di tutti i romanzi che ne parlano, è un calice, il calice che avrebbe usato Cristo durante l’Ultima Cena e che serviva a Re Artù per recuperare il suo regno, caduto sotto le orde dei barbari invasori e diviso dalla zizzania seminata dal figlio-nipote Mordred. Il Graal è un premio per i cavalieri, il personaggio centrale della storia del Graal non è Artù, ma Percival o Parsifal, che dir si voglia, un cavaliere di origini poco chiare e un po’ tonto. Non è più Lancillotto, il protagonista che rappresenta il vero cavaliere perfetto, ma è un uomo semplice che crede: in chi o in cosa non si sa di preciso, ma in qualcosa crede e la sua vicenda (scritta e riscritta, trasformata da tante mani) né è la prova più evidente. Il Graal è anche legato ad altri personaggi che non hanno necessariamente con Artù un legame diverso da quello tra signore e vassallo, infatti, il Graal è legato principalmente a Percival e al Re Pescatore, alla madre di Percival ed un eremita; a parte la madre, il legame di parentela tra Percival, il Re Pescatore e l’eremita è incerto.

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Figura 2 – Incerta genealogia del Graal da Giuseppe di Arimatea fino a Percival

 

Nell’opera di Chretien, Percival non è il solo protagonista, oltre a lui c’è il cugino di Artù, Galvano o Gawain che invece è alle prese con la ricerca della Lancia del Destino. Gawain sarà il protagonista, insieme a Percival e anche a Lancillotto, nelle continuazioni dell’opera di Chretien, ma non solo, Gawain viene citato anche in un testo di Renaut de Beaujeu non come protagonista ma come padre del protagonista noto anche come Bel Cavaliere sconosciuto.

Siccome quest’opera incompiuta, le sue continuazioni e i testi ad essa ispirati sul Graal richiedono pagine e pagine di argomentazioni, chiudiamo per ora, temporaneamente, questo argomento del Graal, che sarà discusso in un altro articolo.

Yvain, il cavaliere del leone

Si tratta di un’altra opera di Chretien, contemporanea a quella di Lancillotto. Scritto forse negli anni settanta del XII secolo, contemporaneamente a Lancillotto, il cavaliere della carretta. Il protagonista, Yvain, deriva dal personaggio storico di Owain mab Urien.

Nel poema, Yvain cerca di vendicare il cugino Calogrenant sconfitto da un cavaliere ultraterreno nella foresta di Brocelianda. Yvain sconfigge questo cavaliere, Esclados e si innamora della sua vedova, Laudine. Con l'aiuto della serva di Laudine, Lunete, Yvain riesce a sposarla, ma Gawain lo convince a imbarcarsi in un'avventura cavalleresca. La moglie acconsente, a patto che lui ritorni dopo un anno, promessa che però Yvain non mantiene e lei lo respinge. Yvain si infuria ma alla fine decide di riconquistare l'amore della donna. Egli salva un leone da un serpente, dando così prova di virtù cavalleresche e di lealtà. Alla fine Laudine permette a lui e al leone di tornare nella fortezza.

La fonte di Chrétien per il poema è ignota, ma la storia ha molti punti di contatto con l'opera agiografica sulla Via di san Mungo (anche conosciuto come san Kentigern), secondo cui il santo sarebbe stato figlio di Owain mab Urien e della figlia di re Lot del Lothian o delle Orcadi (Scozia). Le somiglianze suggeriscono che le due opere hanno una comune fonte latina o celtica.

Fonti bibliografiche

Note


[1] Per estensione, con il termine "chierico" a partire dal Medioevo ci si riferiva anche a persone dedite ad attività intellettuali e culturali. Per tutto il Medioevo e anche oltre, infatti, gli intellettuali si formavano all'interno della Chiesa: per potersi dedicare interamente alla loro vocazione intellettuale senza dover continuamente cercare un sostegno economico, si facevano istituire in uno degli ordini minori. Francesco Petrarca, per esempio, era un chierico. Questo è il motivo storico per cui in alcune lingue il termine corrispondente all'italiano chierico (come l'inglese clerk) oggi significhi semplicemente "impiegato".

[2] Fu un contemporaneo ed un successore di Chretien de Troyes nell’opera Lancelot ou le chevalier de la charrette.

[3] La Porta della pescheria (cosiddetta perché nelle sue vicinanze già si trovava un banco per il commercio del pesce) era destinata all'entrata del popolo e venne scolpita tra il 1110 e il 1120 circa, con tralci con mostri e figure zoomorfe, la serie delle Allegorie dei mesi (sugli stipiti), le Storie di re Artù (sull'archivolto) e alcune scene riprese da favole con animali dai bestiari.

[4] Nota anche come Lancia del Destino, sarebbe la lancia con cui Gesù fu colpito e trafitto al costato, da un soldato romano (Longino) che ne volle accertare la morte. La morte di Gesù come è raccontata nei Vangeli era una morte lenta e agonizzante e la più tremenda tra le esecuzioni capitali previste dalle leggi romane. Secondo i Vangeli, subito dopo la morte di Gesù si manifestarono una serie di eventi catastrofici, tra cui il terremoto e si seminò il panico tra la gente. Per accertarsi la morte dei condannati i romani usavano spezzare le gambe ai crocifissi e in tal modo essi morivano per asfissia, poiché tutto il peso del corpo gravava sulla cassa toracica e impediva di respirare. Siccome Gesù era già spirato, non gli spezzarono le gambe ma lo trafissero con una lancia.

“ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.” (Giovanni 19,34)

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