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Indice

Il mito del licantropo

       Il fenomeno del licantropismo noto già nell’antichità…

       Il licantropo nel Medioevo

Il tradimento e la fellonia

Mito e medicina: la licantropia clinica

Conclusioni

Bibliografia

 

Il mito del licantropo

Bisogna ammettere che fra tanti argomenti fantastici, quello del lupo mannaro o licantropo è quello scelto da Maria di Francia per raccontare la sua versione del fenomeno sovrannaturale. Questo suggerisce che il mito era già noto in epoca medievale, nel XII secolo.

 

Figura 1 - Lupo mannaro di Lucas Cranach il vecchio, 1512 circa, incisione, Gotha, Herzogliches Museum.

 

Il licantropo (dal greco λύκος lýkos, "lupo" e ἄνθρωπος ànthropos, "uomo"), detto anche uomo-lupo o lupo mannaro (dal latino volgare lupus hominarius, cioè "lupo umano" o "lupo mangiatore di uomini" oppure dal latino lupī hominēs, sviluppatosi in area meridionale come calco del greco λυκάνθρωποι lykanthrōpoi. Secondo la leggenda, il licantropo è un uomo o una donna condannati da una maledizione a trasformarsi in una bestia feroce ad ogni plenilunio: la forma di cui si racconta più spesso è quella del lupo, ma in determinate culture prevalgono l'orso o il gatto selvatico. Nella narrativa e nella cinematografia dell'orrore sono stati aggiunti altri elementi che invece mancavano nella tradizione popolare, quali il fatto che lo si possa uccidere solo con un'arma d'argento, oppure che il licantropo trasmetta la propria condizione ad un altro essere umano dopo averlo morso. Alcuni credevano che uccidendo il lupo prima della prima trasformazione, la maledizione venisse infranta. È importante notare inoltre che lupo mannaro e licantropo non sempre sono sinonimi: infatti nelle leggende popolari il lupo mannaro è talvolta semplicemente un grosso lupo con abitudini antropofaghe, a cui può essere associata o no una natura mostruosa. Inoltre, nel caso del lupo mannaro come mutaforma, si può distinguere tra il lupo mannaro, che si trasforma contro la propria volontà, e il licantropo, che si può trasformare ogni volta che lo desidera e senza perdere la ragione (la componente umana).

 

Figura 2 – Schema semplificativo delle classificazioni della licantropia secondo la letteratura.

 

Il lupo è stato un animale soggetto ad un radicale processo di demonizzazione e successiva rivalutazione, dimostrando la sua intima connessione all'immaginario umano. Il lupo è un simbolo ambivalente: amato per gli stessi pregi che hanno fatto dei suoi discendenti l'animale domestico per eccellenza, invocato nei riti sciamanici come guida sul terreno di caccia, ammirato per la forza e l'astuzia, addomesticato per diventare un alleato, ma poi cacciato per impedirgli di predare le greggi e infine addirittura demonizzato durante il Medioevo. Il modo di considerare il lupo muta, in maniera piuttosto brusca e radicale, col passaggio dell'uomo dal nomadismo, basato sulla caccia, alla cultura stanziale ed agricola. Il cacciatore ha bisogno della forza dell'animale totemico e del predatore, che lo può portare a scovare e ad uccidere la preda, e il lupo è il predatore per eccellenza. Per i cacciatori nomadi delle steppe dell'Asia centrale era rappresentativo della tribù e suo protettore. L'agricoltore, invece, ha un rapporto radicalmente diverso con esso: il lupo diviene minaccia per le greggi ma, contemporaneamente, i suoi cuccioli, debitamente addestrati, possono divenire preziosi alleati contro i loro stessi simili.

 

Il mito di un essere umano che si trasforma in lupo o viceversa è antico e presente in molte culture. I miti che riguardano la figura del lupo hanno origine, con buona probabilità, nella prima età del bronzo, quando le migrazioni delle tribù nomadi indoarie le portarono in contatto con le popolazioni stanziali europee. Il substrato di religioni e miti "lunari" e femminili degli antichi europei si innestò nel complesso delle religioni "solari" e maschili dei nuovi arrivati, dando vita ai miti delle origini, in cui spesso il lupo è protagonista. La sovrapposizione tra i culti solari della caccia e quelli lunari della fertilità si riscontra nei miti che vedono il lupo come animale propiziatore della fecondazione. In Anatolia, fino ad epoca contemporanea, le donne sterili invocavano il lupo per avere figli. In Kamčatka, i contadini, nelle feste di ottobre, realizzavano con il fieno il simulacro di un lupo a cui recavano voti, perché le ragazze in età da marito si sposassero entro l'anno. Questo intimo legame, nel bene e nel male, tra l'uomo e i canidi ha fatto sì che tra tutti i mannari proprio quelli di stirpe lupina siano tra le specie con le origini documentabili più antiche.

 

Le leggende riguardo agli uomini-lupo si moltiplicano in tutta Europa dall'Alto Medioevo in poi. Il corpus mitologico che ne scaturisce si manterrà sostanzialmente in costante espansione fino al XVIII secolo, con punte di massima crescita tra il XIV e il XVII secolo, in coincidenza con il culmine della caccia alle streghe dell'Inquisizione. Dal Settecento in poi si tenderà a sconfessare apertamente la possibilità che un essere umano si muti fisicamente in un lupo, e la licantropia rimarrà contemplata solamente dalla psichiatria come affezione patologica che porta il malato già "lunatico" a credersi bestia a tutti gli effetti. Nel folclore locale manterrà, invece, solide radici.

 

Il fenomeno del licantropismo noto già nell’antichità…

Nell'antico Egitto, le prime raffigurazioni di un incrocio tra un canide e un uomo riguardano lo sciacallo. Anubi, infatti, compare tra le principali divinità venerate dagli antichi egizi, sia nell'Alto che nel Basso Egitto, fin dalle prime dinastie. Il dio viene propriamente raffigurato come uno sciacallo, il più delle volte accucciato ma, quando deve presiedere ai riti del trapasso, assume la forma di un uomo con la testa di sciacallo. Le sue raffigurazioni, sebbene compaiano già all'inizio della storia egizia, si fanno più frequenti a partire dal Medio Regno (2134 a.C.–1991 a.C.), quando si diffondono maggiormente le tombe ipogee riccamente decorate. Anubi è il protettore degli imbalsamatori; presiede al processo di conservazione del defunto e guida il suo akh (l'equivalente dell'anima cristiana) nel regno delle ombre. Lo conduce fino a Osiride, a cui era deputato il giudizio dell'anima. Anubi, inoltre, presiede insieme ad Horus alla pesatura del cuore del defunto, il risultato del quale è uno degli elementi per il giudizio stesso. In questo caso non si può parlare di mannarismo vero e proprio perché manca l'aspetto della trasformazione, volontaria o involontaria; semplicemente, le due forme del dio convivono nell'immaginario egizio. La convivenza contemporanea di due o più forme per le divinità è caratteristica della religione egiziana e probabile traccia di un tentativo di unificazione di vari pantheon separati, nati indipendentemente lungo il corso del Nilo.

 

Nell'Antica Grecia compaiono altre raffigurazioni, rispettivamente, Zeus, Febo e Licaone. Zeus è un appassionato mutaforma e più volte si serve della sua facoltà per sedurre donne mortali eludendo la sorveglianza di Hera. Nel suo repertorio di trasformazioni (che, in effetti, si può ritenere illimitato, essendo egli un dio), vi è anche quella in lupo. Proprio in questa forma, e col nome di Liceo era adorato in Argo. In questa città, e sotto forma di lupo, Zeus era comparso per appoggiare il malcontento popolare nei confronti del re Gelanore e appoggiare l'eroe Danao, che al re fu sostituito. Febo, insieme a sua sorella Artemide, viene partorito da Latona, trasformata in lupa. Inoltre, tra le facoltà attribuite al dio Febo-Apollo vi è quella di mutare forma; una delle sue trasformazioni è appunto in lupo. A Febo Lykos viene anche dedicato un boschetto nei pressi del suo tempio ad Atene, nel quale soleva tener lezione ai suoi discepoli Aristotele (il Liceo di Aristotele, da cui prende il nome l'ordine scolastico, detto, appunto, liceo). Il lupo diviene quindi animale della sapienza. L'interpretazione non è comunque univoca; secondo altre fonti[6] il nome deriverebbe da (Apóllōn) lýkeios, quindi "uccisore del lupo".

 

Il mito di Licaone documenta, nelle sue varie versioni, il passaggio del lupo da creatura degna di venerazione a essere da temere. Nella versione originaria, Licaone, re dei Pelasgi, fonda sul monte Liceo la città di Licosura, la prima città di questo popolo. Nelle versioni successive Licaone diviene un feroce re dell'Arcadia. Un giorno dette ospitalità a un mendicante ma, per burlarsi di lui, lo sfamò con le carni d'uno schiavo ucciso (secondo altre versioni, la portata principale era uno dei suoi stessi figli). Il mendicante, che era in realtà Zeus travestito, si indignò per il gesto sacrilego, e dopo aver fulminato i suoi numerosi figli lo trasformò in lupo, costringendolo a vagare per i boschi in forma di bestia. L'economia nella zona dell'Arcadia in cui ha origine la seconda versione del mito è molto più legata all'allevamento di quanto non fossero Atene o Argo. Si riflette quindi, in questa visione del predatore, l'atteggiamento di diffidenza che poteva assumere una società pastorale; il lupo viene visto, qui, come negativo, essere trasformati in esso è una punizione, non più una qualità divina. Il "lupo cattivo" stesso, nemesi dell'eroe in duemila anni di favole, ha i suoi natali nella Grecia antica. La lupa Mormolice, demone femminile, diviene lo spauracchio dei bambini cattivi, che, secondo le madri greche, fa diventare zoppi.

 

La figura del lupo, in qualche modo antropomorfa, fa la sua comparsa indipendente anche in altre zone europee. Presso le tribù galliche è un carnivoro necrofago, e viene raffigurato seduto come un uomo nell'atto di divorare un morto. Presso gli etruschi è Ajta a incarnare in qualche modo le sembianze del mannaro; il dio etrusco degli inferi ama portare un elmo di pelle di lupo, che lo rende invisibile. È difficile stabilire quando si abbiano le prime leggende che parlino esplicitamente di licantropi. Di certo, la figura del lupo mannaro compare, ancora in epoca classica, nel I secolo nella narrativa della Roma antica.

 

Nella cultura romana, il lupo non è visto solo con sospetto, ma anche con ammirazione. È un simbolo di forza, e la sua pelle viene indossata da importanti figure all'interno dell'esercito. I vexillifer, sottufficiali incaricati di portare le insegne di ogni legione, indossavano infatti una pelle di lupo che copriva l'elmo e parte della corazza. Il licantropo veniva chiamato versipellis, in quanto si riteneva che la pelliccia del lupo rimanesse nascosta all'interno del corpo di un uomo, che poi si "rivoltava" assumendo le fattezze bestiali.

Il rapporto tra il lupo e i Romani antichi è positivo, come testimoniato anche da altre tradizioni: a parte la lupa nutrice di Romolo e Remo, il 15 febbraio si svolgeva la cerimonia dei Lupercali, in onore del dio Luperco (identificato dai Greci con il loro Pan), nel corso della quale il sacerdote, vestito da lupo, passava un coltello bagnato di sangue sulla fronte di due adolescenti (questo aspetto della cerimonia era probabilmente derivato da un originario sacrificio umano). Luperco era il protettore delle greggi e il rito era stato ereditato dai Sabini. Essi identificavano se stessi nel lupo, animale da cui pensavano avessero origine le loro caratteristiche originarie di guerrieri e cacciatori. Il termine "lupo mannaro" ha origine dal basso latino lupus hominarius, il cui significato etimologico è "lupo che si comporta come un uomo".

 

I Romani colti sembrano piuttosto consapevoli che la licantropia è concepita soprattutto come affezione psichiatrica piuttosto che come reale condizione fisica, e in ambito ellenico lo stesso Claudio Galeno nella sua Ars medica dà una descrizione più realistica di questa malattia, prescrivendo anche dei rimedi:

 

« Coloro i quali vengono colti dal morbo, chiamato lupino o canino, escono di notte nel mese di febbraio, imitano in tutto i lupi o i cani, e fino al sorgere del giorno di preferenza scoprono le tombe. Tuttavia si possono riconoscere le persone affette da tale malattia da questi sintomi. Sono pallidi e malaticci d'aspetto, e hanno gli occhi secchi e non lacrimano. Si può notare che hanno anche gli occhi incavati e la lingua arida, e non emettono saliva per nulla. Sono anche assetati e hanno le tibie piagate in modo inguaribile a causa delle continue cadute e dei morsi dei cani; e tali sono i sintomi. È opportuno invero sapere che questo morbo è della specie della melanconia: che si potrà curare, se si inciderà la vena nel periodo dell'accesso e si farà evacuare il sangue fino alla perdita dei sensi, e si nutrirà l'infermo con cibi molto succosi. Ci si può avvalere d'altra parte di bagni d'acqua dolce: quindi il siero di latte per un periodo di tre giorni, parimenti si purgherà con la colloquinta di Rufo o di Archigene o di Giusto, presa ripetutamente ad intervalli. Dopo le purgazioni si può anche usare la teriarca estratta dalle vipere e le altre da applicare nella melanconia già in precedenza ricordate »

 

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Il licantropo nel Medioevo

Nel latino medievale, infine, wargus designa il lupo (normale, in questo caso) ma deriva da una parola germanica che indica l'uomo che viene punito per un crimine. Nella società germanica questi veniva allontanato dalla civiltà e dalla protezione che essa offre, divenendo simile all'essere selvatico per eccellenza. "Criminale" è detto dunque wearg in Antico Inglese, warag in Antico Sassone, warc(h), in Antico Alto Tedesco, vargr in Norreno e wargus in Latino medievale (come prestito dal Germanico). Nelle tradizioni del Nord Europa compaiono figure di guerrieri consacrati a Odino, i berserker, che nella furia della battaglia si diceva si trasformassero in orsi o lupi. Fenrir è il prototipo del lupo mannaro scandinavo. È uno dei tre mostruosi figli di Loki, il dio vichingo degli inganni. Fenrir non è un lupo mannaro vero e proprio, perché non può trasformarsi e si presenta sempre in forma di lupo; tuttavia, è grosso al punto di essere deforme, ferocissimo, scaltro e dotato di parola come un uomo, tutte caratteristiche che lo avvicinano fortemente alla stirpe dei mannari. Gli dei vichinghi, man mano che cresce, iniziano a temerlo. Cercano di imprigionarlo, ma la belva è troppo forte e riesce a liberarsi. Per bloccarlo definitivamente devono ricorrere all'inganno e alla magia (altra analogia con molti miti riguardanti licantropi): lo legano con un laccio fabbricato dai nani intrecciando barba di donna, rumore di passi di gatto, radici di un monte, respiro di pesce, tendini d'orso e sputo d'uccello. Ha forma di lupo anche l'innaturale progenie di una vecchia gigantessa. Due dei suoi figli lupi, Skoll e Hati, inseguono dall'alba dei tempi il sole e la luna (ed è per questo motivo, secondo il mito, che i due astri si muovono) e finiranno per divorarli nell'ultimo giorno del mondo.

 

I lupi mannari propriamente detti compaiono anche nell'epica vichinga, in particolare nella saga dei Volsunghi, in almeno due occasioni. Nel canto quinto, a trasformarsi in lupo è la madre di re Sigger, facendo uso delle sue arti magiche. La regina-lupa si diverte, nella leggenda, a infierire sui figli di Volsung, che erano stati fatti prigionieri in battaglia da suo figlio; dei dieci uomini, nove vengono uccisi. Sopravvive Sigmund, aiutato dalla gemella Signi, che è anche moglie di re Sigger. Questa gli unge il volto di miele e la notte il lupo mannaro si ingolosisce, sentendo l'odore, ma gli lecca il volto anziché sbranarlo. Prontamente Sigmund gli afferra la lingua con i denti e la belva se la strappa per liberarsi. Nel tentativo, si procura una ferita che la uccide e, contemporaneamente, spezza i ceppi di Sigmund, liberandolo. Il tema del lupo mannaro ricompare nel canto ottavo; qui Sigmund e il nipote Sinfjotli giungono, attraverso una foresta, a una casa dove dormono due uomini di nobile stirpe. Sopra di loro sono appese delle pelli di lupo, due principi stregati da un incantesimo: devono sempre mostrarsi in forma di lupo, e solo una volta ogni cinque giorni possono riprendere sembianze umane. Sigmund e il nipote, incuriositi dalle pelli, le rubano, facendo ricadere su di loro la maledizione. Assumono sia le sembianze che la natura di lupi, e iniziano a aggredire uomini. In particolare, Sinfjotli si dimostra aggressivo e furbo.

 

« [...] quando nel più folto della foresta si imbatté a sua volta in un gruppo di undici uomini. Invece di chiamare lo zio [si erano accordati di non aggredire più di sette uomini contemporaneamente senza chiedere l'aiuto dell'altro], aspettò il momento più opportuno per coglierli di sorpresa, poi li assalì tutti insieme e li sbranò. Lo zio lo sorprende stanco a sonnecchiare presso i corpi degli uomini uccisi e si adira "Non rispetti i nostri accordi, Sinfjotli". »

 

Sigmund e Sinfjotli riescono poi a liberarsi dalla maledizione del lupo mannaro dando fuoco alle pelli. Il mito del licantropo si ritrova nel nord Europa anche in altre zone, oltre alla Scandinavia. Compaiono nella tradizione dei popoli germanici e delle isole britanniche a fianco, di volta in volta, dell'orso mannaro o del gatto selvatico. La diffusione di queste credenze è testimoniata da Olaus Magnus nella sua Historia de gentibus septentrionalis. Magnus racconta come, nella notte di Natale, si radunino in un certo luogo molti uomini-lupo:

 

« [...] li quali la notte medesima, con meravigliosa ferocità incrudeliscono, e contro la generazione umana, e contro gl'altri animali, che non son di feroce natura, che gl'abitatori di quelle regioni patiscono molto di più danno da costoro, che da quei che naturali Lupi sono, non fanno. Perciochè, come s'è trovato impugnato con meravigliosa ferocità a le case de gl'uomini, che stanno nelle selve, e sforzarsi di romperle le porte, per poter consumare gl'uomini e le bestie che vi son dentro »

(traduzione dal latino di Remigio Fiorentino, Venezia, 1561)

 

Il carattere di questi licantropi si differenzia quindi notevolmente dai lupi genuini, che ne escono quasi riabilitati. I mostri descritti da Magnus hanno anche spiccata tendenza all'alcolismo; dopo essere entrati nelle cantine:

 

« quivi si bevono molte botti [di birra] e di quella e d'altre bevande, e poi lasciano le botti vote, l'una sopra l'altra, in mezzo alla cantina. E in questa parte sono disformi dai naturali, e veri Lupi »

 

Ulfhendhnir è il nome dato in molte regioni settentrionali a questi esseri, e il suo significato è "dalla casacca di lupo".

Dal Basso Medioevo in avanti, il rogo è una soluzione usata a profusione per sbarazzarsi dei sempre più numerosi mutaforme, che paiono moltiplicarsi, specialmente in Francia e Germania. Il fenomeno arriva a toccare dimensioni gigantesche negli anni successivi alla controriforma, sia nei Paesi cattolici che protestanti. Redigere una contabilità precisa di quanti siano finiti al rogo con l'accusa di mannarismo, da sola o in congiunzione con quella di stregoneria, è molto difficile. Le fonti più prudenti parlano di circa ventimila processi e condanne di licantropi tra il 1300 e il 1600, ma alcuni si sbilanciano fino a suggerire un numero prossimo alle centomila vittime. La storia più famosa è quella di un certo Peter Stubbe, che forse era effettivamente un serial killer. Per secoli si è comunque in presenza di una sorta di isteria collettiva, che è ben testimoniata dagli studi di Jacques Collin de Plancy. De Plancy, studioso francese dell'Ottocento che si dedicò animatamente a studi di spirito volterriano per spazzare la superstizione residua nella gente, raccoglie molte testimonianze dei secoli precedenti nel suo Dictionnaire Infernal, dando un quadro abbastanza preciso di quella che era la situazione in Europa nei secoli citati:

 

« L'imperatore Sigismondo fece discutere in sua presenza, da un conclave di sapienti, la questione dei lupi mannari, e fu unanimemente stabilito che la mostruosa metamorfosi era un fatto accertato e costante. Un malfattore che volesse compiere qualche soperchieria, non aveva che da spacciarsi per Lupo Mannaro per terrorizzare e mettere in fuga chiunque. A tale scopo non aveva bisogno di trasformarsi davanti a tutti in lupo: bastava la fama. Molti delinquenti vennero arrestati come lupi mannari, pur rimanendo sempre con sembianze umane. Pencer, nella seconda metà del Cinquecento, riferisce che in Livonia, sul finire del mese di dicembre, ogni anno si trova qualche sinistro personaggio che intima agli stregoni di trovarsi in un certo luogo: e, se loro si rifiutano, il Diavolo stesso ve li conduce, distribuendo nerbate così bene assestate da lasciare immancabilmente il segno. Il loro capo va avanti per primo, e migliaia di Stregoni vanno dietro di lui; infine attraversano un fiume, varcato il quale si cambiano in lupi e si gettano su uomini e greggi, menando strage »

 

Plancy riferisce anche un episodio italiano, la cui fonte prima dice essere un certo Fincel:

 

« Un giorno venne preso al laccio un lupo mannaro che correva per le vie di Padova; gli si tagliarono le zampe, e il mostro riprese tosto forma d'uomo, ma con piedi e mani mozzati »

 

Questa sorta di isteria collettiva porta a episodi terribili e grotteschi insieme. A tal medico Pomponace, sempre secondo Plancy, venne portato un contadino affetto da licantropia; questi gridava ai suoi vicini di fuggire se non volevano essere divorati. Siccome lo sventurato non aveva affatto la forma di lupo, i villici avevano cominciato a scorticarlo per vedere se per caso non avesse il pelo sotto la pelle. Non avendone trovato traccia, lo avevano portato dal medico. Pomponace, con maggior buon senso, stabilì che si trattava di un ipocondriaco. Maria di Francia inizia così il lais, dando la sua definizione di lupo mannaro:

 

Un tempo si sentiva dire e spesso accadeva

che parecchi uomini diventavano lupi mannari

e avevano dimora nei boschi.

Il lupo mannaro è una bestia selvaggia;

quando è in preda a quel furore,

divora gli uomini, commette grandi mali,

si aggira e vaga nelle grandi foreste.

 

(Bisclavret, Lais di Maria di Francia – vv. 5-12)

 

Da quanto detto nella parte introduttiva sui licantropi possiamo affermare che nel Medioevo ne sapevano qualcosa e Maria di Francia deve aver usato questo mito per creare il suo lais. Maria di Francia non la definisce come una maledizione, piuttosto come una malattia, stessa identica definizione che davano i Romani e Galeno. Trattandosi, nel nostro caso di medioevo cristiano, non è difficile ipotizzare che tali uomini-lupi fossero considerati alla stregua di indemoniati, cioè persone maledette e possedute dal demonio stesso o da demoni. La storia comincia con la presentazione del regno di Bretagna (molti lais sono ivi ambientati) e di un buon cavaliere che si chiama Bisclavret, che ha una moglie ed è tanto amato dal suo re. In questo meraviglioso idillio qualcosa non va: Bisclavret durante la settimana scompare senza lasciar traccia e tutti si chiedono dove sia, cosa faccia e la moglie teme che lui la tradisca, si insospettisce e a furia di moine lo convince a dirgli dove va:

 

Una volta era tornato a casa, lieto e contento;

allora lo ha interrogato e gli ha chiesto:

« Signore, dice, bello e dolce amico

vi domanderei una cosa

molto volentieri, se ne avessi l'ardire,

ma temo il vostro corruccio più di tutto ».

Quando egli l'udì, l'abbracciò,

e, traendola a sé, la baciò.

« Signora, dice, chiedete pure!

Qualsiasi cosa domanderete,

se sono in grado di rispondervi, ve la dirò.

- In fede mia, fa lei, mi sento sollevata!

Signore, sono così angustiata

i giorni in cui vi allontanate da me,

provo in cuor mio un gran dolore

e ho una tal paura di perdervi

che, se non vengo subito rassicurata,

ne potrei presto morire.

Ditemi, vi prego, dove andate,

dove vivete, dove abitate!

Credo che voi abbiate un'altra donna,

e, se così è, siete sulla cattiva strada.

- Signora, fa lui, per la grazia di Dio!

Me ne verrà gran danno se ve lo dico,

perché vi distaccherò dal mio amore

e perderò me stesso. »

Quando la signora udì queste parole,

non pensò che si trattasse di uno scherzo:

molte volte lo interrogò,

tanto lo blandì e lo lusingò,

che lui le raccontò il suo caso;

non le tenne nascosto niente.

«Signora» io divento un lupo mannaro.

Mi inoltro in quella grande foresta,

nel folto della macchia,

e vivo di preda e di rapina. »

Quando le ha raccontato tutto,

lei gli ha chiesto allora con insistenza

se si spogliava o andava vestito.

« Signora, egli risponde, vado tutto nudo.

- Ditemi, in nome di Dio, dove lasciate i vestiti?

- Signora, questo non ve lo dirò, perché se li perdessi

e fossi sorpreso così,

rimarrei per sempre un lupo.

Non avrei scampo

finché non mi fossero resi.

Perciò non voglio che si sappia.

 

(Bisclavret, Lais di Maria di Francia – vv. 30-78)

 

La donna lo tormenta fino a farsi confessare laddove egli nasconda i vestiti e lui glielo dice, senza nasconderle nulla, ma mai avrebbe pensato a quanto sarebbe successo dopo.

 

La moglie ascoltò quella storia sorprendente,

e diventò tutta rossa di paura.

Quel racconto l'aveva sconvolta.

Pensò ai vari modi di andarsene:

non voleva più giacere al suo fianco.

C’era nella contrada un cavaliere

che da molto tempo l'amava

e l'aveva molto pregata e richiesta e corteggiata,

ma lei non l'aveva mai corrisposto

né gli aveva dato prova d'amarlo.

Mandò un messaggero a chiamarlo,

e gli aprì il suo cuore:

« Amico mio, dice, siate lieto!

Quello per cui vi siete tormentato

io vi accordo ora senza tardare;

non troverete nessun ostacolo.

Vi concedo il mio amore e la mia persona:

fate di me la vostra amica! »

Lui la ringrazia di cuore

e riceve la sua promessa,

e lei lo fa giurare.

Poi gli raccontò come

suo marito scompariva e si trasformava.

Del cammino che faceva

nella foresta lo informò;

e lo convinse a prendere i suoi vestiti.

Così fu tradito Bisclavret

e portato alla rovina dalla moglie.

 

(Bisclavret, Lais di Maria di Francia – vv. 98-126)

 

Bisclavret scompare, tradito, umiliato dalla moglie e dall’amante e non si seppe più nulla di lui e dopo interminabili ricerche, le indagini furono abbandonate. La donna, disgraziata, non si guardò dall’andare a sposare il suo spasimante, di cui divenne la moglie, nella speranza e nella certezza che Bisclavret non sarebbe tornato mai più. Qui la storia si interrompe e riprende molto tempo, quando il re va a caccia nel bosco e i suoi cani si accorgono del lupo, lo inseguono e stanno per saltargli addosso quando sopraggiunge il re e il lupo si mette a chiedere grazia:

 

Ma appena scorse il re,

corse verso di lui a chiedere grazia.

Lo prese per la staffa,

gli leccò la gamba e il piede.

Il re lo vide e rimase sbigottito;

chiamò tutti i compagni:

« Signori, egli dice, venite avanti!

Guardate questo prodigio,

come si umilia questa bestia!

Ha intelligenza umana, chiede pietà.

Cacciatemi indietro tutti questi cani,

e badate bene che nessuno la colpisca

Questa bestia ha senno e intelligenza.

Sbrigatevi! Andiamocene!

La bestia la risparmierò

perché per oggi smetterò di cacciare ».

 

(Bisclavret, Lais di Maria di Francia – vv. 145-160)

 

Il lupo lo segue e diventa una specie di lupo domestico, amato da tutti e rispettato. Viene il giorno in cui si indice un banchetto e tra gli invitati vi è anche la moglie adultera ed il nuovo marito e come li vede, Bisclavret gli salta addosso e tenta di ucciderlo, se non lo fermano e tutti sono stupiti. Passa qualche tempo che il re va a caccia nella zona in cui abitava Bisclavret e la moglie quando lo sa si fa preparare e va incontro al sovrano; se non chè, anche questa volta il lupo sembra impazzire e l’attacca staccandole il naso. È allora che il re vuole abbattere il lupo, temendone la pazzia, ma tutti lo sconsigliano di farlo e gli dicono di indagare invece sul perché la bestia si sia comportata a quel modo e il re fa così, chiama allora la donna, che confessa il suo tradimento. Vengono fatti portare gli abiti e poiché non succede nulla, il re chiama i consiglieri per far veder loro il buco nell’acqua, ma quelli ammoniscono che Bisclavret si vergogna troppo e che bisogna lasciarlo solo in una stanza. Poco dopo il cavaliere riprende le sembianze, il re lo riconosce e lo abbraccia e lo ricopre di doni. La moglie viene cacciata insieme al suo nuovo marito, da cui avrà dei figli, figli un po’ particolari: senza naso!

 

Assieme a lei se ne andò il cavaliere

per cui aveva tradito suo marito.

Ne ebbe molti figli;

in seguito si potevano riconoscere bene

e dall'aspetto e dal viso:

molte donne della famiglia,

è pura verità, nacquero senza naso

e vissero snasate.

 

(Bisclavret, Lais di Maria di Francia – vv. 308-315)

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Il tradimento e la fellonia

Il significato di questo lais è senz’altro quello di voler raccontare un ennesimo tradimento che poi viene punito, ma non viene data una grande spiegazione del fenomeno del lupo mannaro e per mezzo dei primissimi versi possiamo fare solo delle ipotesi circa quello che si pensava davvero nel Medioevo della licantropia e dei lupi mannari. Erano forse uomini maledetti o posseduti, ma sempre uomini e per questo motivo era più facile, in un’epoca come il Medioevo, ma non solo, anche in quelle successive, credere che si potessero in qualche modo liberare; era più difficilmente credibile che fossero emissari del diavolo, demoni. Probabilmente, in un’epoca come il Medioevo, era difficile pensare che si potesse trattare di una patologia psichiatrica visto che non solo non esisteva la psichiatria, ma nemmeno la medicina e raramente il sovrannaturale era visto positivamente, specialmente se c’era lo zampino di un lupo. Il fatto che fonti antecedenti il Medioevo, in merito al lupo mannaro, siano giunti sino a noi oggi, significa che nel Medioevo, se avessero voluto, avrebbero benissimo potuto cercare una spiegazione un po’ più razionale, anche se molto probabilmente non avrebbero potuto risolvere il problema, ma di certo avrebbero fatto meno roghi. La superstizione umana è la cosa più difficile da sradicare e se poi vogliamo dirla davvero tutta, in un periodo come il Medioevo la popolazione aveva bisogno di lupi mannari e di streghe per non impazzire ulteriormente, ma se fossero state solo favole avrebbe avuto un senso, il problema è che si credeva che fosse realtà. Poiché il lupo mannaro è spesso definito come antropofago, non è difficile collegarlo al cannibalismo, un fenomeno purtroppo reale e oggi giorno praticato anche se ne parlano poco, facendo apparire la cosa come una serie di casi sporadici e patologici.

 

Taluni affermano anche che il lupo mannaro è privo di coda, perché le creazioni del diavolo, per quanto ben riuscite, sono necessariamente imperfette. Altri ritengono che sia necessariamente di colore nero. Un possibile tratto distintivo sta nelle sue impronte: in alcune leggende, il lupo mannaro lascia a terra il segno di cinque unghie (i canidi normali lasciano solo quattro tacche. Il pollice si è atrofizzato e non tocca il terreno). Alcuni di questi uomini bestia conservano la possibilità di parlare e ragionare come normali esseri umani, altri la perdono completamente. Anche alla regola secondo cui non vengono mai rappresentati come ibridi ci sono delle eccezioni, sia pure rare e parziali. Infatti, a volte il lupo mannaro sembra poter procedere su due zampe, o conservare una certa prensilità degli arti anteriori, cosa che gli consente, all'occorrenza, di intrufolarsi nelle case scassinando le porte chiuse. Altro tratto distintivo è l'immenso gusto del licantropo per la carne fresca.

 

Diventa imperativo, per la possibile vittima medievale, cercare di capire anche come si presenta il mannaro in forma umana, per individuarlo e guardarsene. Il compito non è facile, perché esistono quasi tanti segni indicatori quante sono le versioni della bestia. Bisogna guardarsi da chi ha sopracciglia troppo folte e unite al centro, oppure il volto ferino, i canini troppo affilati, pelo sia sul dorso che sul palmo delle mani. Il dito indice più lungo del medio è sicuro indizio di licantropia, così pure un insano appetito per la carne cruda. È opportuno anche sospettare di chi sia troppo in forze senza che lo si veda mai mangiare; quasi di sicuro è un lupo mannaro che uccide persone la notte e le divora di nascosto.

Personaggio a metà tra lo stregone e l'uomo-lupo è il francese mener de loups o "pastore di lupi". È una sorta di incantatore che, pur non trasformandosi personalmente in lupo, è in grado di radunare e guidare un branco di queste bestie per i suoi scellerati fini. La capacità di comandare un branco di normali lupi è spesso riconosciuta anche al licantropo. Alla testa dei suoi "simili", poi, il lupo mannaro può dare l'assalto a paesi o, addirittura, a roccaforti, facendo strage degli abitanti e divorando gli armenti. Talvolta, questi branchi misti si presteranno anche a fare da cavalcatura alle streghe, e a portarle ai luoghi del sabba.

 

Bisogna ammettere che nel Medioevo avevano fantasia da vendere, ma è vero anche che non esistevano le cerette e gli estetisti, non osiate quindi immaginare come poteva essere un cristiano con problemi di irsutismo [1], specie una donna! Niente ceretta, niente estetista, niente di niente! Il monosopraciglio volendo un rimedio l’aveva, anche se forse dopo era peggio di prima, ma i problemi di malformazioni ossee non si potevano nascondere, e per quanto riguarda i canini…forse una limatina avrebbe risolto qualcosa! Se la fantasia esiste per creare mostri, forse la si sarebbe potuta applicare per disfarne alcuni.

La trasformazione a licantropo avviene in diversi modi e tra questi non è mai stato contemplato il morso, cosa che avrebbe un fondo di realtà molto più concreto e credibile, infatti è con il morso che i canidi affetti da Rabdovirus [2], contagiano la loro preda o vittima, trasmettendo la malattia della rabbia, in passato mortale. Nel Medioevo e nelle epoche successive fino al XVII secolo, la licantropia era vista soprattutto come un fenomeno non involontario e casuale, ma preciso e volontario dove l’uomo cambiava in seguito ad un rito magico dove il lupo era uno strumento necessario alla trasformazione!

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Mito e medicina: la licantropia clinica

Si chiama comunemente licantropia clinica quella patologia mentale che costringe chi ne soffre a voler assomigliare a un lupo nell'aspetto ma principalmente nel comportamento, negli stadi più gravi i malati desiderano cibarsi di carne cruda, a volte umana, e di sangue.

Fa parte della branca delle teriantropie (di cui rappresenta certamente la variante più diffusa) ovvero una psicopatia che costringe chi ne soffre a credersi un animale di una specie in particolare o meno (sono numerosi infatti i casi in cui i teriantropi non sono coscienti di una specifica identità animale ma si credono semplicemente degli Animali-Umani).

 

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Conclusioni

Certamente il mito del lupo mannaro non è favorevole alla vita tranquilla del lupo come cacciatore e come mammifero e certamente i casi nel corso della storia riguardanti i fenomeni di licantropia clinica hanno contribuito più che altro, ad aumentare la fobia sociale o, come preferisco chiamarla io, alla pazzia sociale. Trattandosi forse nel 99,9% dei casi (concedo ai superstiziosi uno 0,1% di possibilità che sia qualcosa di possibile) di malattie psichiatriche o fisiche, che comprendono spesso problemi legati alla sessualità ed al cannibalismo, l’unica soluzione rimane lo studio dei serial-killer che nel corso della storia hanno contribuito ad alimentare la superstizione popolare, la follia sociale e la caccia al lupo, oltre allo studio di tutti i fenomeni legati all’esoterismo dove il lupo altro non è che una cavia da sacrificare e non un mezzo con cui si ottiene realmente qualcosa.

 

Figura 3 – Lupo trovato morto e carcassa abbandonata.

 

Fortunatamente i lupi hanno imparato a diffidare dell’uomo e forse è per questo che non si vedono più nelle nostre zone; i signori della foresta stanno scomparendo per sempre, si stanno estinguendo, vittime della caccia illegale e dei fanatici che si rifiutano di mettersi a tavola a discutere di come aiutare la natura a ritrovare un equilibrio in cui uomo, flora e fauna vivano in armonia come all’inizio dei tempi.

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Bibliografia

  • AA.VV. (1992). Lais di Maria di Francia (II ed., Vol. 24). (G. Angeli, A cura di) Milano, Italia: Pratiche Editrice.
  • Wikipedia. (s.d.). Irsutismo, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Irsutismo
  • Wikipedia. (s.d.). Licantropia clinica, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Licantropia_clinica
  • Wikipedia. (s.d.). Lupo mannaro, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Licantropo
  • Wikipedia. (s.d.). Rabbia, ITA. Tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Rabbia

Note

[1] Per irsutismo, in campo medico, si intende una crescita di peli nel sesso femminile in sedi dove normalmente è assente. Le cause più frequenti di irsutismo sono:

1. sindrome dell'ovaio policistico;

2. assunzione di farmaci quali fenitoina (usato come anticonvulsivante), diazossido, minoxidil, corticosteroidi, progestinici;

3. iperplasia surrenale congenita, disfunzione delle ghiandole surrenali, con abnorme produzione di ormoni androgeni a seguito di difetti genetici di enzimi della steroidogenesi; in questi casi l'irsutismo è spesso associato ad acne;

4. tumori endocrini: la presenza di un tumore deve essere sospettata quando la crescita di peli sia improvvisa e rapida, anche se non accompagnata da segni di virilizzazione.

In alcuni casi di irsutismo non è possibile risalire a una causa precisa. Le pazienti non presentano irregolarità mestruali, talvolta presentano livelli di androgeni nei limiti della norma, possono condurre a termine una o più gravidanze e non presentano cisti ovariche o masse tumorali. In questi casi si parla di irsutismo idiopatico e lo si attribuisce a una maggiore attività dei recettori degli ormoni androgeni.

[2] Dopo il morso da parte di animali affetti da rabbia, si possono rilevare sintomi aspecifici, quali febbre, cefalea, mialgia. L'unico sintomo specifico, che si presenta nel 60% dei casi, è una parestesia nella sede del morso. Dopo un'incubazione che varia da 10 giorni ad un anno: di solito dalle 3 alle 8 settimane la cui durata varia molto in proporzione alla sede di inoculo ed alla carica infettante. Tipica di questa fase è l'idrofobia, un laringospasmo doloroso in seguito al tentativo di far bere il paziente. L’ultima fase si ha quando il virus ha colonizzato i tessuti del sistema nervoso centrale ed in cui si hanno sintomi neurologici. La sintomatologia prevalente (75% dei casi) è di tipo furioso (forma furiosa), con aggressività, irascibilità, perdita di senso dell'orientamento, allucinazioni, iperestesia, meningismo, lacrimazione, aumento della salivazione, priapismo, eiaculazione spontanea, paralisi delle corde vocali ed idrofobia. Nel restante 25% dei casi si ha una sintomatologia di tipo paralitico (forma paralitica).

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