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Erec ed Enide, l’incoronazione

L’incoronazione di Erec ed Enide: Premessa

Quella dedicata all’incoronazione è anche l’ultima parte del romanzo, in cui viene celebrata l’incoronazione dei due sposi a re e regina della terra di Erec, figlio di Lac. Alla corte di Artù giungono anche i genitori di Enide e lei finalmente può rivederli e riabbracciarli, c’è una ricongiunzione, ma quella che torna tra le braccia dei genitori non è la fanciulla che è partita coperta di poveri cenci, ma una donna di regale portamento, moglie di un re. Dunque Enide si è riscattata col suo mondo e con il suo tempo, agli occhi di tutti, ella è una donna di nobile origine, di nobile lignaggio e di onore tale che nessuna potrebbe eguagliarla. In questa ultima parte si vedrà anche come Chretien inserisca il simbolismo del suo tempo nelle descrizioni della cerimonia, in particolare vedremo il simbolismo del Medioevo quando esso era legato alle scienze all’epoca conosciute, vedremo tutte le associazioni che l’autore del romanzo fa, ricorrendo spesso non alle proprie conoscenze ma a fonti antiche, spesso classiche grazie alle quali costruisce o arricchisce la trama delle proprie storie.

Una scena da mercato? Mantelli e denaro gettati alla mercé di chiunque per simboleggiare la liberalità.

La prima parte dell’incoronazione non ha niente di dissimile da un bancone del mercato in cui uno butta lì la roba e chi passa se vuole la prende, la scena descritta a seguito non discosta tanto da una cosa del genere e per quei tempi ci si dovrebbe scandalizzare, sol pensare che gente di nobile portamento e costume si butta come un branco di villani su mantelli tanto belli e preziosi.
I mantelli, estratti dai cofani, furono distesi qua e là per tutte le sale; li prese chi li desiderava, senza che alcuno glielo impedisse. Su un tappeto, nel mezzo del cortile, furono posti trenta moggi [1] di sterline bianche [2] che avevano corso in tutta la Bretagna fin dai tempi di Merlino; ciascuno ne prese a volontà, e quella notte ne portò a casa quante ne volle.

Certamente non è un caso questo fatto descritto da Chretien, egli vuole in vero esaltare una delle prime qualità del cavaliere del Medioevo, quello ideale almeno, la liberalità, ovvero il non badare al valore del denaro nello spendere, nel donare, intesa anche come sinonimo di esagerata generosità. Secondo Dante Alighieri, la liberalità era la terza virtude, la quale è moderatrice del nostro dare e del nostro ricevere le cose temporali. Oggi ci vorrebbe un pazzo per fare una cosa del genere perché i soldi più che finire nelle tasche di coloro che vanno per prenderli a volontà, finirebbero nel loro sangue poiché non ce ne sarebbe abbastanza da soddisfare il desiderio e l’avidità di quanti accorrono.

Nessuna lista di invitati per tanto sfarzo e lusso?

Gli invitati in verità ci sono ma Chretien non ce li nomina facendoci intendere che sono troppi per poterli elencare, quindi basta che usiamo, come fecero i lettori dell’epoca, la nostra fantasia, per immaginare migliaia di gente, proveniente da tutti gli angoli della terra allora conosciuta, per rendere omaggio ai due futuri regnanti, Erec ed Enide. Sebbene lo stesso autore ci dica che la magnificenza dell’incoronazione è tale che è impossibile descriverla, più che descrivere una cerimonia si perde in una descrizione, quasi dettata da un delirio dei sensi, dell’ambientazione. Segue una prima descrizione dell’ambientazione della Cerimonia dell’Incoronazione, in cui si parla di troni d’avorio e d’oro fino, fatti con precisione tale che sembrano essere stati fatti non per due regnanti umani ma per due creature divine, che non sono Erec ed Enide, bensì Artù e Ginevra. Chretien probabilmente ha usato questo punto in modo strategico, le due coppie regali sono messe alla pari in un certo senso, esse sono in una dimensione diversa da quella terrena, essi sono altrove, in un mondo in cui non esiste nulla che non sia perfetto, il mondo del divino.
Nessuna lingua o bocca d’uomo potrebbe narrare, per quanto bene ne conoscesse l’arte, né un terzo né un quarto e nemmeno un quinto della magnificenza di quell'incoronazione. Pure io voglio accingermi a così grande follia, e sforzarmi di descrivere la cerimonia. E poiché devo, e reputo di poterlo fare, non trascurerò di dirne almeno una parte, nella misura in cui me lo concederà il mio ingegno. Nella sala erano stati posti due bianchi troni d’avorio, di squisita fattura e di colori sfumati, uguali per lavorazione e dimensioni. Colui che ne era stato l’artefice era invero ingegnoso e sagace, poiché li aveva fabbricati della stessa altezza e lunghezza, e forniti dei medesimi ornamenti sì che, anche a riguardarli da ogni parte, non si sarebbe potuto discernere in uno un particolare che non si trovasse anche nell’altro nemmeno un dettaglio era fatto di legno: tutto era d'avorio e di oro fino, e quei troni erano intagliati con tale arte che le due zampe davanti avevano sembianza di leopardi e le al tre due di coccodrilli. Ne aveva fatto omaggio e dono a re Artù e alla regina un cavaliere di nome Bruianz delle Isole.

I Quattro Pilastri della Conoscenza e il simbolismo del Medioevo.

Artù sedette su un trono, e fece sedere sull’altro Erec, abbigliato di una veste di seta marezzata. Leggendo nella storia, troviamo la descrizione di quell’abito, e ne prendo a garante Macrobio [3], che mise ogni cura a scrivere tale racconto e, a dire il vero, lo conosceva bene. Macrobio mi insegnò a descrivere la lavorazione e i disegni di quella veste, così come l’ho trovata nel suo libro. Quattro fate l’avevano foggiata con grande abilità e arte. L’una vi aveva ritratta Geometria: com’essa osserva e misura le dimensioni del cielo e della terra senza nulla lasciarsi sfuggire, né il basso, né l’alto, né la larghezza o la lunghezza; poi come essa riguarda quanto è vasto e profondo il mare, e così misura il mondo intero. Questa era stata l’opera della prima fata. La seconda si era adoprata a ritrarre Aritmetica, e si era data la pena di mostrare appieno con quale saggezza essa conti i giorni e le ore del tempo e, a goccia a goccia, l’acqua del mare, e poi ogni granello di sabbia, tutte le stelle a una a una, e quante foglie vi sono in un bosco, sì che sa ben dirne tutto il vero: mai un numero la trasse in inganno né mai essa mentirà, poiché vuole bene comprendere ogni cosa. Tale era l’opera di Aritmetica. La terza figura rappresentava Musica, in cui si accorda ogni diletto: canto e discanto e, senza discordanze, melodie di arpa, di rotta e di viella. Era una creazione di suprema bellezza, e davanti a Musica erano raffigurati tutti gli strumenti e ogni piacere. La quarta fata, che vi aveva posto mano per ultima, aveva foggiata un’opera mirabile: vi aveva rappresentata la migliore delle arti, Astronomia, che tanti prodigi compie ispirandosi alle stelle, alla luna e al sole; non ricorre a null’altro in ogni contingenza; il cielo le è sì buon consigliere, qualunque cosa gli richieda, che essa può sapere con certezza, senza menzogna né inganno, ciò che fu e ciò che sarà. Quanto ho descritto era tessuto e ricamato a fili d’oro nella stoffa dell’abito di Erec. La pelliccia che ne formava la fodera era di bestie singolari dalla testa tutta bionda e dal corpo nero come le more, dal dorso vermiglio, dal ventre scuro e dalla coda turchina. Sono animali che nascono in India e han nome berbiolete [4]; si nutrono solo di pesce, cannella e chiodi di garofano freschi. E ora, cosa vi posso dire del mantello? Era molto ricco, e di grande bellezza; ai puntali dei lacci aveva quattro pietre: da una parte due crisoliti, dall'altra due ametiste, incastonate in oro.
Chretien ci tiene a darci questa descrizione del mantello che sembra celare nella propria trama lavorata addirittura da delle fate, il mistero della conoscenza umana, il mistero della sapienza. Quattro sono gli elementi che sono rappresentati e insieme rappresentanti delle quattro grandi scienze nel Medioevo:
Figura 1 – Schema a scala delle quattro scienze.

La Geometria è la prima scienza viene creata nel mantello ed è quella che osserva e misura le dimensioni del cielo e della terra senza nulla lasciarsi sfuggire, né il basso, né l’alto, né la larghezza o la lunghezza; poi come essa riguarda quanto è vasto e profondo il mare, e così misura il mondo intero. La Geometria è fondamentale, insieme alla Matematica per le costruzioni, siamo infatti non solo in un periodo di grandi cambiamenti politici, ma anche di cambiamenti culturali e architettonici. Quello del XII secolo è anche il periodo delle grandi cattedrali, che potremmo definire anche come Pilastri della Terra, immortali vie che collegano il Cielo e la Terra, Dio e l’uomo, il divino eterno e l’umano effimero, la perfezione e la ricerca della perfezione che però non si incontrano mai. La Geometria e la Matematica erano in epoca medievale due importanti scienze, fondamentali per la costruzione di templi per Dio, templi per la salvezza delle anime e spesso grazie a queste due scienze, ai numeri ed alle forme geometriche ci si ricollegava a simbolismi ancestrali, simbolismi che per noi oggi non significano nulla ma che per gli uomini del Medioevo avevano un valore enorme. Il cerchio è ad esempio il simbolo dell’equità, dell’uguaglianza tanto è vero che viene definito come il luogo dei punti equidistanti da un unico punto detto centro. Il centro del cerchio era il centro dell’universo, il centro era Dio e i punti a Lui equidistanti erano gli uomini, per principio del Cristianesimo, tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio, anche se nel Medioevo il raggio probabilmente era molto più corto di quanto non lo sia oggigiorno, un tempo in cui regnano la praticità e la tecnologia, la scienza e l’ateismo e probabilmente è anche per questo motivo che tutto il simbolismo medievale oggi ha perso per l’uomo il senso e l’utilità e le grandi cattedrali vengono sempre più spesso considerate come semplici chiese, quando in vero di semplice c’è ben poco. Mentre la Geometria descrive la forma delle cose e del mondo, nonché dell’universo, la Matematica, con i numeri e le sue leggi regola l’equilibrio dinamico delle cose stesse, non cambia un valore senza cambino anche tutti gli altri, ad una cosa sono inscindibilmente legate tutte le altre.
La Matematica (la seconda delle scienze nominate) è non meno della Geometria legata al simbolismo, nel Medioevo, per fare un esempio il triangolo, ha tre lati, tre angoli e il 3 è un numero fondamentale nella religione cristiana perché è il numero della Santa Trinità. Non è solo questo, il 3 è un numero importante per la Matematica poiché fa parte di una serie che fu inventata proprio nel Medioevo, la Successione di Fibonacci. Circa trent’anni dopo la morte di Chretien il matematico Fibonacci creò questa successione di numeri dove ogni numero è la somma dei due precedenti e in questa serie vi è anche il 3, come somma di 1 + 2.

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Equazione 1 – primi numeri della Successione di Fibonacci.

La Successione di Fibonacci possiede moltissime proprietà di grande interesse. Certamente la proprietà principale, e maggiormente utile nelle varie scienze, è quella per cui il rapporto tra un termine e il suo precedente, al tendere di n all'infinito tende al numero algebrico irrazionale chiamato Sezione Aurea o Numero d’Oro = 1,618.

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Equazione 2 – L’equazione della Successione di Fibonacci. Il simbolo greco si legge phi (pron. fi)

Il Numero d’Oro è stato usato per la costruzione di uno dei più particolari edifici mai costruiti da mani umane: Castel del Monte, dove il numero 1,618 è sempre e comunque presente, risultante in ogni calcolo. Castel del Monte è un libro di pietra dove la Successione di Fibonacci ricorre spessissimo e non è solo un armonia di leggi di matematica e Geometria perché in vero, proprio grazie al numero d’oro, questo edificio costruito in epoca medievale funge anche da sito astronomico in quanto tutti i suoi elementi architettonici, combinati e regolati dalle leggi della Matematica e della Geometria altro non fanno che riprendere i movimenti della Terra rispetto al sole e all’universo ed ecco che si arriva all’ultimo gradino della scala che abbiamo precedentemente rappresentato, l’ultimo elemento aggiunto anche da Chretien nella sua descrizione: l’Astronomia.

Figura 2 – Castel del Monte, Andria (Bari, Italia), la sua forma ottagonale con 8 torri ottagonali anch’esse permette di vedere, girandoci intorno, sempre e solo 4 torri.

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Figura 3 - Sezione di Castel del Monte.
Ogni volta che il Sole entra in un segno zodiacale, la parete su d del cortile (gnomone) proietta a mezzodì delle ombre, reali o teoriche, che determinano la misura di vari elementi architettonici del castello. Castel del Monte, Stefania Mola. Mario Edda Editore, Bari, 1991

In realtà i riferimenti non sono di Chretien, ma come lui stesso dice sono attinti da un’altra fonte precedente, del V secolo: Macrobio, in particolare dal suo testo noto come Commentarii in Somnium Scipionis [5]. Macrobio per scrivere questo testo utilizzò quello scritto oltre quattrocento anni prima da Cicerone sul sogno di Scipione l’Emiliano e lo arricchì dei suoi studi astronomici e di elementi anche religiosi (elementi non distanti da quelli della religione cristiana e per questo probabilmente l’opera fu apprezzata). Grazie alla conoscenza del latino, Chretien (che era un chierico) lo lesse e trovò probabilmente ancora una volta una fonte inesauribile di idee e da qui lui creò il mantello di Erec, un mantello che aveva nella propria trama i segreti della Conoscenza e delle principali scienze: Geometria, Matematica, Musica e Astronomia. Nell’esempio che abbiamo visto prima sull’uso della Matematica e della Geometria per arrivare all’Astronomia, abbiamo saltato la Musica. La Musica è la terza scienza che viene citata da Chretien e anche se a molti sembra strano, essa è fortemente legata alla matematica, la Successione di Fibonacci può, secondo alcuni, essere sfruttata, specie la sequenza aurea, per la composizione musicale. Sul piano compositivo la sezione aurea attraverso la serie di Fibonacci può, ovviamente, essere rapportata a qualsiasi unità di misura concernente la musica, cioè durata temporale di un brano, numero di note o di battute, etc non sono comunque rari anche in questo caso facili entusiasmi dovuti a fraintendimenti numerici. Paul Larson nel 1978 riscontrò nei Kyrie contenuti nel Liber Usualis il rapporto aureo a livello delle proporzioni melodiche, ma in mancanza di una documentazione che ne attesta la volontà di inserimento, la non casualità della cosa rimane tutta a livello puramente congetturale; medesime illazioni sono sempre state fatte che per le opere di Mozart, anche se recentemente John Putz, matematico all'Alma College, subitamente convinto anche lui di tale teoria, specialmente per quanto riguarda le sue sonate per pianoforte, dovette ricredersi riscontrando un risultato decente soltanto per la Sonata n. 1 in Do maggiore. La musica scritta in note come la intendiamo noi oggi fu inventata proprio nel Medioevo e potete trovare qui il testo di riferimento: Storia della musica medievale, oltretutto la notazione musicale medievale (da cui si evolse quella moderna) risale al IX secolo d.C., almeno tre secoli prima di Fibonacci e quindi sarebbe difficile pensare che le note musicali siano state create dopo la creazione dell’omonima serie, anche se le coincidenze numeriche delle note non mancano, tanto è vero che si parla di ottave e l’8 è un numero della Serie di Fibonacci. Oggi tanta gente non pensa e si rifiuta di credere che in un’epoca come il Medioevo la gente potesse avere della testa, dell’intelletto, anche se purtroppo solo pochi potevano usarlo davvero; non ci si dovrebbe meravigliare se una cosa come la musica fosse legata alla matematica dalla Serie di Fibonacci e il legame fosse stato inventato proprio in epoca medievale, lo scalino della Musica sarebbe così inserito nella scala illustrata precedentemente e nella costruzione di edifici con lo scopo di creare particolari effetti sonori e risonanze o riverberi speciali. Se consideriamo quanto appena detto, nel contesto di una costruzione, i primi tre scalini permetterebbero di arrivare all’ultimo con un solo scopo, lo stesso inseguito nella costruzione delle cattedrali: portare il cielo e quindi l’universo, il mondo di Dio sulla Terra. Questo collegamento è puramente teorico e la teoria avrebbe maggior validità se si considera che gli uomini del Medioevo, specialmente i costruttori delle Cattedrali e dei castelli come Castel del Monte, potrebbero aver usato testi classici, mescolandoli con elementi del proprio tempo per giungere alla creazione di una sorta di ponte tra cielo e terra; un ponte tra Dio e l’uomo, tra il divino e l’umano.
Detto questo, non dobbiamo giungere alla conclusione che Chretien creando questo mantello fatato, che indossa Erec nell’Incoronazione, abbia voluto celare un qualche mistero o una qualche misteriosa mappa, piuttosto ispirandosi ad altre opere ha voluto fare sia sfoggio di intelletto degli uomini del suo tempo, sia descrivere le scienze più importanti del suo tempo e infine ha voluto usare qualcosa che permettesse ai suoi lettori di lasciarsi andare all’immaginazione, grazie anche alle descrizioni che dà delle quattro grandi scienze.

La conclusione del racconto con l’incoronazione vera e propria

Il racconto conclude in due paginette con la vera e propria incoronazione alla presenza di tutta la corte di Artù e dei suoi vescovi. L’incoronazione vera e propria viene descritta come il posare la corona sulla testa e mettere in mano lo scettro, si tratta senz’altro di una descrizione veloce e fuggevole, poiché la descrizione del mantello ha la stessa funzione di incoronazione, con maggior valore inoltre, perché la corona rappresentata dal mantello di Erec è anche la Conoscenza che secondo la mentalità dell’epoca apparteneva ai grandi uomini. Purtroppo dell’abito dell’incoronazione di Enide Chretien non dice niente, e non per uno slancio di maschilismo, piuttosto perché era Erec il legittimo re, erede al trono di suo padre e quindi a lui spettava la scena più importante, Enide ha avuto la sua in precedenza e in questo caso sale al trono come regina consorte.

Fonti bibliografiche

Fonti online

        Testi cartacei

        • Erec ed Enide. Chretien de Troyes. A cura di G. Agrati, M. Magini, - Milano: Mondadori. 1983
        • Castel del Monte, Stefania Mola. Mario Edda Editore, Bari, 1991

        Note

        [1] Moggio, dal lat. mŏdius, prob. der. di modus «misura»; cfr. modio, si tratta di un’antica unità di misura di capacità per aridi, soprattutto per le granaglie, usata in Italia prima della adozione del sistema metrico decimale, con valori diversi nelle varie città. Era però anche un’antica unità di misura agraria usata, con valori diversi, in varie province italiane. Probabilmente in questo contesto ha significato di recipiente molto grande da usare per contenere molto denaro.
        [2] Probabilmente da intendersi come le sterline normali, certo è difficile da credere che ai tempi di Chretien qualcuno fosse tanto ricco da potersi permettere di elargire gratuitamente tanto denaro; senza considerare che l’Inghilterra nel periodo di Chretien non navigava certo nell’oro, considerato che era sconvolta dalla tremenda guerra civile tra Stefano e Maud. Si potrebbe trattare di una aggiunta di fantasia dell’autore.
        [3] Scrittore latino del V secolo, autore di un commento al Somnium Scipionis di Cicerone da cui potrebbero essere derivate le idee sulle scienze esposte nella descrizione del mantello di Erec. È stato un filosofo, scrittore e funzionario romano. Studioso anche di astronomia, sostenne la teoria geocentrica. Della vita di Macrobio non si sa molto e quel poco che è stato tramandato dai suoi contemporanei non è del tutto affidabile e di lui le sole cose certe che si sanno è che non era cristiano (tuttavia le sue idee erano affini con la mentalità cristiana dei primi secoli d.C.) e che nacque nell’Africa romana. Macrobio iniziò ad interessarsi di Astronomia probabilmente all'epoca della stesura del Commentariorum in Somnium Scipionis, nel quale descrisse la Terra come una sfera (globus terrae) di dimensioni insignificanti rispetto al resto dell'universo. Da allora iniziò ad elaborare alcune teorie come dilettante, sostenendo che la terra non fosse piatta. Ne è prova che in alcuni manoscritti, risalenti al Medioevo, contenenti opere di Macrobio, sono tracciati diversi globi: in uno di questi compare anche una possibile suddivisione delle zone climatiche terrestri. Durante il Medioevo Macrobio fu identificato come un autore cristiano e per questo poté godere di una buona reputazione, che gli permise di essere letto, studiato e citato dai più illustri filosofi come Pietro Abelardo. Le sue opere furono copiate dagli amanuensi nei monasteri e così non venne dimenticato, ma, terminato il Medioevo, in un primo tempo non venne considerato dagli umanisti, che poi invece lo ripresero. L'appartenere ad un periodo così tardo della storia antica non gli ha mai giovato e solo oggi si sta riprendendo lo studio delle sue opere in modo più approfondito, pur con meno intensità rispetto al Medioevo. In effetti gli studiosi oggi non analizzano tanto l'opera di Macrobio per conoscerne e apprezzarne il pensiero, ma cercano più che altro di dargli una datazione e un'identità.
        [4] Forse diminutivo di brebis, pecora; designa un animale esotico non identificato.
        [5] Somnium Scipionis (in lingua italiana Sogno di Scipione) è il nome con cui viene identificato un celebre brano del trattato De re publica di Marco Tullio Cicerone (composto nel 54 a.C.) corrispondente all'ultima parte del sesto libro. In esso sono trattati temi di contenuto filosofico-mistico come l'immortalità dell'anima, il premio ultraterreno destinato ai grandi uomini politici benefattori della patria, l'esistenza di un aldilà. Il poeta pagano tardo-imperiale Ambrogio Teodosio Macrobio scrisse il Commentarii in Somnium Scipionis, un commentario in due volumi sul Somnium. Il libro ebbe inoltre fortuna nella tarda antichità e nel Medioevo a motivo della sua affinità con la dottrina cristiana sulla vita eterna.

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